Questa filastrocca, che gli riecheggiava nel cervello attraverso le voci squillanti degli orfani della parrocchia, era in un certo modo peggiore delle maledizioni dal pulpito, dei pianti o delle preghiere. Continuava a ripetersi, in quel suo modo sciocco, senza acquistare significato né musica. Come la sua vita, era un movimento senza scopo.

"Avevi dimenticato?" gli chiese l'Autarca.

"Sì," rispose Gentle, mentre una risata spontanea, ma al tempo stesso amara, sgorgava dalle sue labbra. "Avevo dimenticato."

Anche adesso, con quelle voci che lo ribattezzavano con il loro clamore, stentava a crederci. Perché quel suo corpo era sopravvissuto per duecento anni e oltre nel Quinto Dominio, mentre la sua mente aveva continuato a illudersi e ingannarsi, memorizzando solo e sempre gli ultimi dieci anni della sua vita e rimuovendo tutto il resto? Dove era stato per tutti quegli anni? Chi era stato? Se ciò che aveva appena udito era vero, allora quel ricordo era solo il primo di una lunga serie. C'erano duecento anni di ricordi nascosti in qualche meandro del suo cervello che aspettavano di riemergere. Adesso capiva perché Pie non avesse voluto dirgli nulla. Ora che sapeva, era a un passo dalla pazzia.

Si rialzò appoggiandosi al tavolo per sostenersi. "Pie'oh'pah è qui?" chiese.

"Il mystif? No. Perché? È venuto con te dal Quinto?"

"Sì."

Un accenno di sorriso ritornò sul viso dell'Autarca. "Non sono creature squisite?" chiese. "Ne ho avute due o tre. Un piacere che si impara ad apprezzare col tempo, ma una volta che lo si è capito non lo si vuol più perdere. No, non l'ho visto."

"Judith?"

"Ah," sospirò l'Autarca. "Judith. Vuoi dire la donna di Godolphin? È conosciuta con innumerevoli nomi, non è vero? Be', tutti lo siamo. Come ti chiamano adesso?"

"Te l'ho detto. John Furie Zacharias. Oppure Gentle."

"Ho qualche amico che mi conosce come Sartori. Vorrei che anche tu fossi uno di loro. O vuoi tornare tu a farti chiamare così?"

"Gentle va benissimo. Stavamo parlando di Judith. L'ho vista questa mattina giù al porto."

"Hai visto Cristo, laggiù?"

"Di che cosa stai parlando?"

"È tornata qua dicendo di aver visto l'Uomo delle Pene. Temeva il Signore. Povera idiota," disse l'Autarca, e sospirò. "Che tristezza vederla in quello stato. All'inizio ho pensato che avesse preso un po' troppo kreauchee... ma no. Aveva proprio perso la ragione. La perdeva anche dalle orecchie."

"Di chi stiamo parlando?" domandò Gentle, convinto che uno dei due avesse perso il filo del discorso.

"Sto parlando di Quaisoir, mia moglie. È venuta con me dal Quinto."

"Io parlavo di Judith."

"Anch'io."

"Vuoi dire che..."

"Ce ne sono due. Una delle due l'hai creata tu stesso... santo cielo, ti sei dimenticato anche questo?"

"Sì. Sì. L'ho dimenticato."

"Era bella, ma non valeva la pena di perdere l'Imagica per lei. Questo è stato il tuo errore più grande. Avresti dovuto dar retta al cervello e non al cazzo. Io, allora, non sarei mai nato, Dio sarebbe rimasto nel suo paradiso e tu saresti diventato Papa Sartori. Ah ah! È questo il motivo per cui sei tornato? Per diventare Papa? Troppo tardi, fratello. Entro domani Yzordderrex non sarà altro che un cumulo di macerie. Questa è la mia ultima notte qui. Torno nel Quinto. Là costruirò un nuovo impero."

"Perché?"

"Non ricordi la filastrocca? Io amo la gloria."

"Non ne hai avuta abbastanza?"

"Dimmelo tu. Ciò che c'è nel mio cuore mi viene da te. Non dirmi che non hai sognato il potere. Tu eri il più grande Maestro in tutt'Europa. Eri intoccabile. Non puoi essere cambiato da un giorno all'altro."

Per la prima volta da quando avevano iniziato la loro conversazione, l'Autarca fece qualche passo verso Gentle e allungò il braccio per posarglielo sulla spalla. "Credo che tu debba vedere il Cardine, fratello Gentle," disse. "Ti ricorderà cosa significhi il potere. Riesci a stare in piedi?"

"Abbastanza."

"Allora, andiamo."

Ritornarono al passaggio e si diressero verso quella rampa di scale che Gentle non aveva voluto prendere poco prima. Ora salì seguendo Sartori per la curva delle scale, verso una porta senza maniglia.

"Gli unici occhi che si sono posati sul Cardine da quando è stata costruita la Torre sono i miei," disse l'Autarca. "E ciò l'ha reso molto attento."

"I miei occhi sono i tuoi," gli ricordò Gentle.

"Si accorgerà della differenza," replicò Sartori. "Vorrà... frugarti dentro." Il sottinteso sessuale non sfuggì a Gentle. "Devi solo sdraiarti e pensare all'Inghilterra," disse. "Non sarà una cosa lunga."

Si leccò il pollice e lo premette sul rettangolo di pietra color ardesia che si trovava in mezzo alla porta, tracciandovi una figura con la saliva. La porta rispose al segnale. Le serrature cominciarono a mettersi in movimento.

"Anche la saliva, eh?" disse Gentle. "Pensavo fosse solo il fiato."

"Hai usato lo pneuma?" chiese Sartori. "Allora dovrei esserne capace anch'io. Ma non so il trucchetto per farlo funzionare. Dovrai insegnarmelo e io... ti rinfrescherò la memoria su certi altri poteri, in cambio."

"Nemmeno io capisco il meccanismo," rispose Gentle.

"Allora impareremo insieme," replicò Sartori. "I principi sono semplici. Materia e mente; mente e materia. L'una trasforma l'altra. Forse è proprio quello che tentavamo di fare noi. Trasformarci l'un l'altro."

Sartori pose il palmo della mano sulla porta e l'aprì. Sebbene fosse spessa non meno di quindici centimetri, si mosse senza fare il minimo rumore e, con la mano tesa, Sartori invitò Gentle a entrare dicendogli: "Si dice che Hapexamendios avesse posto il Cardine in mezzo all'Imagica perché il Suo seme potesse fluire in ogni Dominio." Abbassò il tono della voce come se stesse per confidare un'indiscrezione. "In altre parole, questo è il fallo dell'Imperscrutato."

Gentle aveva visto quella torre dall'esterno, naturalmente; sovrastava ogni altro pilone e la cupola del palazzo. Ma solo adesso ne coglieva l'immensità. Si trattava di una torre di pietra di forma quadrangolare, larga venti o venticinque metri da parte a parte e così alta che le luci sulle pareti, che illuminavano l'unico occupante di quella sala, si perdevano come occhi di gatto su un'autostrada fino a scomparire del tutto. Una vista straordinaria: ma nulla in confronto al monolito attorno al quale la torre era stata costruita. Gentle si era aspettato qualche attacco mentre la porta si apriva: il tonfo che aveva sentito nella propria testa mentre si inoltrava nel passaggio battendo i denti; la carica che gli bruciava le dita. Ma non ci fu nulla, nemmeno un mormorio, e la cosa fu ancora più terribile. Il Cardine sapeva che lui era lì, nella sua stanza, ma non si pronunciava, soppesandolo silenziosamente mentre a sua volta veniva soppesato.

Gentle, in quella ricognizione, ebbe numerose sorprese. La prima, e la minore, fu la bellezza di quel monolito, le cui pareti avevano un colore di nuvole temporalesche, spaccate qua e là da raggi di luce che le attraversavano come lampi nascosti. La seconda, fu che il Cardine non poggiava per terra, ma levitava in tutta la sua enorme grandezza a tre metri dalla base della torre, proiettando un'ombra così densa che pareva fargli da basamento.

"Impressionante, vero?" osservò Sartori con un tono impertinente quanto una risata davanti a un altare. "Puoi camminarci sotto. Vai. È del tutto sicuro."

Gentle era riluttante, ma anche perfettamente consapevole che il suo altro io studiava con scrupolo le sue debolezze e che qualsiasi segno di paura in quel momento avrebbe potuto essere in seguito usato contro di lui. Sartori lo aveva già visto star male e perfino in ginocchio; e Gentle non voleva che quel bastardo cogliesse in lui un altro segno di cedimento.

"Non vieni con me?" chiese Gentle, rivolgendosi all'Autarca.

"È un momento molto intimo," rispose l'altro facendo un passo indietro per lasciare che Gentle si avventurasse nell'ombra.

Era come ritornare nelle viscere dello Jokalaylau. Il freddo gli penetrava nelle viscere. Il respiro veniva spremuto dai polmoni e fuoriusciva in una nuvoletta densa. Ansimando, sollevò il capo verso la forza che stava sopra di lui con la mente divisa tra l'impulso razionale di studiare il fenomeno e il desiderio difficilmente controllabile di cadere in ginocchio e implorare pietà. Il cielo sopra di sé aveva cinque facce. Una per ogni Dominio, forse. Bagliori di lampi apparivano qua e là. Ma non era solo un gioco di luce e d'ombra che dava alla pietra quell'aspetto di nuvola temporalesca. Si notava un movimento all'interno. Gentle lanciò un'occhiata a Sartori che si trovava vicino alla porta e si stava portando una sigaretta alle labbra. La fiamma con la quale l'accese era lontana un mondo, ma Gentle non invidiò quel calore. Quell'ombra era gelida, ma Gentle voleva che il cielo di pietra sopra di lui si squarciasse e pronunciasse la sua sentenza; voleva vedere di quale forza il Cardine era capace, o almeno voleva sapere se forze e sentenze esistevano davvero. Distolse lo sguardo da Sartori con atteggiamento sprezzante, pensando che gli anni che il monolito aveva trascorso in quella torre non erano che attimi in un lasso incalcolabile di tempo, che lui e Sartori potevano arrivare e andarsene e il piccolo segno che avrebbero lasciato nel mondo sarebbe stato cancellato e dimenticato da coloro che li avrebbero seguiti.

Forse il Cardine lesse quel pensiero nella corteccia cerebrale di Gentle e lo approvò, dato che la sua luce, quando giunse, era chiara. Nella pietra c'era il sole oltre ai lampi; il calore assieme al fuoco omicida. La luce illuminò la superficie esterna, poi cadde come in forma di frecce, prima intorno a lui, poi sul suo viso. Quell'attimo aveva dei precedenti: eventi nel Quinto che lo avevano profetizzato. Una volta si trovava in Highgate Hill quando quella strada era ancora un sentiero fangoso e guardava in alto le nuvole che riversavano il loro splendore, proprio come accadeva adesso. Dalla finestra della sua camera in Gamut Street aveva assistito allo stesso spettacolo. Aveva visto il fumo diradarsi dopo una notte di bombardamenti nel 1941, il Blitz nei cieli d'Inghilterra, e osservando il sole che ardeva aveva capito d'aver dimenticato qualcosa di fondamentale e che, se mai un giorno una luce come quella avesse bruciato il velo che nascondeva i suoi ricordi, allora il mondo si sarebbe rivelato.

Quella convinzione tornò di nuovo in lui, ma questa volta a darle forza c'era molto più di un vago presentimento. Il suono che aveva sentito riecheggiare nel suo cervello riemerse, accompagnato dalla luce, e in esso, modulato da impercettibili variazioni della sua uniformità, Gentle udì delle parole. Era il Cardine che gli si rivolgeva.

"Riconciliatore," disse.

Gentle voleva tapparsi le orecchie per non sentire quelle parole. Si inginocchiò come un profeta che invochi di venir sollevato da un obbligo divino. Ma quella parola era dentro come fuori di lui. Non c'era modo di sfuggirle.

"L'opera non è ancora completata," disse il Cardine.

"Quale opera?" chiese Gentle.

"Tu sai quale opera."

Lo sapeva, infatti. Ma quella fatica gli era costata molto dolore e lui non aveva la forza necessaria per ritentarla.

"Perché la neghi?" domandò il Cardine.

Gentle fissò la luce. "Ho fallito una volta e sono morte numerose persone. Non posso riprovarci. Per favore. Non posso."

"Allora, perché sei venuto qui?" chiese il Cardine con un tono di voce così basso che Gentle dovette trattenere il fiato per afferrare le parole. Quella domanda lo riportò al capezzale di Taylor; alla sua esortazione a capire.

"Per capire..." rispose Gentle.

"Per capire che cosa?"

"Non so spiegarlo a parole... mi sembra così egoista..."

"Dillo."

"Per capire perché sono nato. Perché siamo nati tutti."

"Tu sai perché sei nato."

"No, non lo so. Vorrei saperlo, ma non lo so."

"Tu sei il Riconciliatore dei Domini. Tu sei il salvatore dell'Imagica. Se ti sottrai a questa consapevolezza, ti sottrai alla comprensione. Maestro, esistono angosce peggiori del ricordo e qualcuno soffre perché tu hai lasciato l'opera incompleta. Torna nel Quinto Dominio e completa ciò che hai iniziato. Costruisci i Molti Uno. Questa è l'unica salvezza."

Il cielo di pietra tornò a muoversi e le nuvole si chiusero sul sole. Con l'oscurità ritornò il gelo, ma Gentle rimase nel punto in cui si trovava, all'ombra del Cardine, ancora per pochi istanti sperando che uno spiraglio si aprisse e che il Dio proferisse un'ultima parola, di conforto stavolta; un sussurro, magari, che gli rivelasse il modo di trasferire quell'obbligo oneroso a un'altra anima più preparata di lui. Ma non accadde nulla. La visione si dissolse e tutto ciò ch'egli poté fare fu di abbracciarsi il corpo per ripararsi dal freddo e incamminarsi verso il punto dov'era rimasto Sartori. La sigaretta giaceva ai piedi di Sartori, dopo essergli caduta dalle dita. Dall'espressione del suo volto era evidente che, anche se non aveva compreso ogni singola parola del dialogo che aveva appena avuto luogo, ne aveva però colto l'essenziale. "L'Imperscrutato parla," disse, con un tono di voce basso quanto quello del Dio.

"Non voglio," disse Gentle.

"Non penso che questo sia il luogo più adatto per respingerLo," affermò Sartori, lanciando al Cardine un'occhiata imbarazzata.

"Non ho detto che Lo respingo," replicò Gentle. "Solo che io non voglio."

"È sempre meglio discuterne in privato," sussurrò Sartori, voltandosi per aprire la porta.

Non ricondusse Gentle nella piccola stanza vuota in cui si erano incontrati, ma in una camera all'altra estremità del passaggio che vantava l'unica finestra visibile in quei paraggi. Era piccola e sporca, anche se non quanto il cielo all'esterno. Il sole aveva iniziato a sfiorare le nuvole, e le colonne di fumo che ancora salivano dagli incendi riuscivano quasi a cancellare la sua fragile luce.

"Non è questo il motivo per cui sono venuto," disse Gentle, fissando l'oscurità. "Io voglio delle risposte."

"Le hai avute."

"Devo accettare ciò che è mio, per quanto folle possa essere?"

"Non tuo, nostro. La responsabilità. Il dolore..." Fece una pausa. "... e la gloria, naturalmente."

Gentle lo guardò. "Mio," ripeté, semplicemente.

Sartori alzò le spalle: per lui le cose comunque non cambiavano. Gentle vide le sue stesse astuzie riflesse in quel semplice gesto. Quante volte anch'egli aveva alzato le spalle proprio a quel modo o sollevato un sopracciglio, si era mordicchiato le labbra o aveva guardato qualcuno con un'occhiata di finta indifferenza? Lasciò che Sartori credesse che il bluff aveva funzionato.

"Sono contento che tu capisca," disse. "Il compito spetta a me."

"Tu hai già fallito una volta."

"Ma c'ero andato vicino," rispose Gentle, fingendo un ricordo che non aveva nella speranza di indurlo a parlare.

"Andare vicino non basta," ribatté Sartori. "Andare vicino può essere mortale. Una tragedia. Guarda come ti sei ridotto. Il grande Maestro. Sei tornato qui strisciando senza neppure la metà dei tuoi trucchi."

"Il Cardine ha fiducia in me."

Questa frase colpì nel segno. Sartori si mise all'improvviso a gridare:

"All'inferno il Cardine! Perché dovresti essere tu il Riconciliatore? Eh? Perché? Ho governato l'Imagica per centocinquanta anni. Io so come si usa il potere. Tu no."

"E questo che vuoi?" chiese Gentle, seguendo quella traccia. "Tu vuoi essere il Riconciliatore al posto mio?"

"Sono meglio preparato di te," replicò vigorosamente Sartori. "La sola cosa che sai fare tu è andare dietro alle donne."

"E tu che cosa sei? Impotente?"

"So dove vuoi arrivare. Io farei lo stesso. Mi stai provocando per indurmi a svelarti i miei segreti. Non mi importa. Non c'è nulla che tu possa fare che io non possa fare meglio. Tu hai sprecato tutti questi anni nascondendoti; io, invece, li ho messi a frutto. Ho costruito un impero. Tu che cosa hai fatto?" Non aspettò la risposta, perché la conosceva fin troppo bene, e proseguì: "Tu non hai imparato nulla. Se ritentassi ora la Riconciliazione, faresti gli stessi errori."

"E quali sarebbero questi errori?"

"Te ne dico uno," dichiarò Sartori. "Judith. Se tu non l'avessi desiderata..." Si fermò, studiando il suo altro io. "Non te lo ricordi, vero?"

"No," ammise Gentle. "Non in questo istante."

"Lascia che ti dica subito una cosa, fratello," riprese Sartori, faccia a faccia con Gentle. "È una storia triste."

"Non ho le lacrime facili."

"Lei era la donna più bella d'Inghilterra. Alcuni dicevano anche d'Europa. Ma lei apparteneva a Joshua Godolphin e lui la proteggeva come la sua stessa anima."

"Erano sposati?"

"No. Lei era la sua amante, ma lui l'amava più di una moglie. E naturalmente lui sapeva che cosa provavi tu. Tu non lo hai nascosto e ciò gli ha fatto temere - oh, Dio se lo temeva - che un giorno o l'altro l'avresti sedotta e gliel'avresti portata via. Sarebbe stato facile. Tu eri il Maestro Sartori, potevi tutto. Ma lui era uno dei tuoi protettori, perciò temporeggiasti pensando che forse si sarebbe stancato di lei e allora tu avresti potuto averla senza che rimanesse del cattivo sangue tra voi. Non fu così. I mesi passarono e la devozione di Godolphin per lei diventava sempre più intensa. Non avevi mai aspettato così a lungo per avere una donna. Cominciasti a soffrire come un adolescente che abbia appena subito una delusione d'amore. Non riuscivi a dormire. Il tuo cuore palpitava al suono della voce di lei. Ma ovviamente non era un bene per la causa della Riconciliazione che il Maestro soffrisse tanto, per cui Godolphin cominciò a desiderare una soluzione con la stessa intensità tua. Quando tu ne trovasti una, lui era pronto ad ascoltarti."

"Di che cosa si trattava?"

"Dovevi creare un'altra Judith, identica alla prima. Avevi il potere di farlo."

"Così lui ne avrebbe avuta una..."

"E una anche tu. Semplice. No, non era così semplice, era molto difficile. Molto pericoloso. Ma erano giorni tumultuosi. I Domini celati agli occhi umani dall'inizio dei tempi erano a poche cerimonie di distanza. Il paradiso era a portata di mano. Creare un'altra Judith sembrava una cosa da nulla. Tu gliel'hai proposto e lui ha accettato..."

"Davvero?"

"Gli hai addolcito la pillola. Gli hai promesso una Judith migliore della prima. Una donna che non sarebbe mai invecchiata, non si sarebbe mai stancata della sua compagnia o della compagnia dei suoi figli o dei figli dei suoi figli. Questa Judith sarebbe appartenuta agli uomini della famiglia di Godolphin in eterno. Sarebbe stata ubbidiente, modesta e perfetta."

"E che cosa pensava, l'originale, di tutto questo?"

"Non lo sapeva. L'hai drogata, l'hai portata su nella Stanza di Meditazione della casa di Gamut Street, hai acceso un piccolo fuoco, l'hai spogliata e hai iniziato il rito. L'hai unta, l'hai posta in un cerchio di sabbia proveniente dai margini del Secondo Dominio, il terreno più sacro in tutta l'Imagica. Poi hai recitato le tue preghiere e ti sei messo in attesa." L'Autarca fece una pausa, godendosi il racconto. "È un incantesimo molto lungo, lascia che te lo ricordi. Undici ore come minimo a osservare la crescita del doppio nel cerchio accanto alla sua matrice. Ti sei assicurato che non ci fosse nessuno all'infuori di te nella casa, neppure il tuo prezioso mystif, ovviamente. Era un rituale assolutamente segreto. Perciò eri solo, e ben presto hai iniziato ad annoiarti, e quando ti annoi ti ubriachi. Eccoti là, seduto in quella stanza con lei, mentre osservi la sua perfezione alla luce del fuoco, ossessionato dalla sua bellezza. E alla fine, stordito dal troppo brandy, hai commesso l'errore più grave della tua vita. Ti sei strappato di dosso i vestiti, sei entrato nel cerchio e hai fatto ciò che un uomo fa di solito con una donna, anche se lei era in uno stato comatoso e tu in preda alle allucinazioni per l'astinenza e per l'alcool. Non l'hai fottuta solo una volta, ma più volte, come se volessi entrare tutto dentro di lei. Ripetutamente. Poi sei caduto come in coma al suo fianco."

Gentle cominciò a intravedere dove stava l'errore. "Mi sono addormentato nel cerchio?" chiese.

"Sì, nel cerchio."

"E tu sei la conseguenza di quell'errore."

"Sì. E permettimi di dire che è stata quasi come una nascita. La gente dice di non ricordare il momento esatto in cui è venuta al mondo, ma io sì! Io ricordo di aver aperto gli occhi mentre ero nel cerchio, con lei al mio fianco, e le gocce di materia mi scendevano addosso rapprendendosi intorno al mio spirito. Diventando ossa. Diventando carne." Il viso dell'Autarca aveva perso qualsiasi espressione. "Lo ricordo," aggiunse. "A un certo punto lei si è resa conto di non essere sola e si è voltata e mi ha visto accanto a lei. Non ero ancora completo. Una lezione di anatomia in piena regola. Non dimenticherò mai il suono che fece..."

"E io non mi sono mai svegliato per tutto il tempo?"

"Eri scappato giù per le scale a bagnarti la testa e ti sei addormentato. Lo so perché ti ho trovato, più tardi, steso sul tavolo della sala da pranzo."

"L'incantesimo era ancora in atto, anche se avevo lasciato il cerchio?" chiese Gentle.

"Ti piacciono i particolari tecnici, vero? Sì, continuava a funzionare. Tu eri un soggetto facile. Ci vollero ore per decodificare lei e farne un doppio. Ma tu eri incandescente. Il potere ti ha letto in pochi minuti e mi ha prodotto in un paio d'ore."

"Tu hai saputo chi eri fin dal principio?"

"Oh, sì. Ero te, secondo il tuo desiderio. Ero te, pieno di ebbre allucinazioni. Ero te con la tua voglia di fottere e di conquistare, di fottere e ancora conquistare. Ma ero te anche quando hai dato il peggio di te stesso, con le palle vuote e la testa vuota, come se la morte ti avesse penetrato, e tu eri lì tra le gambe di lei cercando di ricordare che cosa fosse la tua vita. Io ero anche quell'uomo ed era terrificante provare tutti quei sentimenti contemporaneamente." L'Autarca fece una pausa, poi riprese: "Ed è ancora così, fratello."

"Ti avrei aiutato, se avessi saputo che cosa avevo fatto."

"Oppure mi avresti liberato dalla sofferenza," aggiunse Sartori. "Mi avresti portato in giardino e mi avresti sparato come a un cane. Io non potevo sapere che cosa avresti fatto. Sono sceso per le scale. Russavi come un mantice. Ti osservai per un po': volevo svegliarti, volevo condividere con te il terrore che provavo, ma Godolphin arrivò prima che fossi riuscito a trovare il coraggio di farlo. Era poco prima dell'alba. Era venuto per riprendersi Judith. Mi nascosi. Osservai Godolphin mentre ti svegliava; vi sentii parlare insieme, vi osservai quando saliste le scale come due futuri padri e vi recaste nella Stanza di Meditazione. Poi udii la vostra esultanza e capii una volta per tutte che non ero un bambino desiderato."

"Che cosa hai fatto?"

"Rubai del denaro e dei vestiti. Poi fuggii. La paura dopo un po' scomparve. Cominciai a capire chi ero. Possedevo la conoscenza. E mi resi conto che avevo questo... appetito... il tuo appetito. Volevo la gloria."

"E questo è quello che hai fatto per ottenerla?" chiese Gentle, avvicinandosi alla finestra. La devastazione della città diveniva sempre più evidente con il passare dei minuti e l'aumentare della luce della Cometa. "Un ottimo lavoro, fratello," disse Gentle.

"Questa era una grande città, una volta. E ce ne saranno altre, grandi come questa. Più grandi, perché questa volta saremo in due a costruirle. E saremo in due a governarle."

"Ti sbagli," disse Gentle. "Io non voglio un impero."

"Ma è giocoforza che ce ne sia uno," aggiunse Sartori, infiammato da quella visione. "Tu sei il Riconciliatore, fratello. Tu sei il salvatore dell'Imagica. Sai che cosa può voler dire questo per noi? Se tu riconcili i Domini, ci dovrà essere una grande città, una nuova Yzordderrex che governi il tutto da una estremità all'altra. Io la fonderò e la governerò e tu potrai esserne il Papa."

"Ma io non voglio essere il Papa."

"E che cosa vuoi?"

"Pie'oh'pah, per esempio. E trovare il senso di tutto questo."

"Tu sei il Riconciliatore: non è una spiegazione già sufficiente? È tutto ciò di cui hai bisogno. Non fuggire di fronte a questa verità."

"E tu per che cosa sei nato? Non puoi costruire città per sempre." Gentle lanciò uno sguardo fuori, nella desolazione. "È questo il motivo per cui l'hai distrutta?" chiese. "Per ricominciare daccapo?"

"Io non l'ho distrutta. C'è stata una rivoluzione."

"Che tu hai alimentato con i tuoi massacri," ribatté Gentle. "Sono stato in un piccolo villaggio che si chiama Beatrix qualche settimana fa..."

"Ah, sì. Beatrix." Sartori respirò a fondo. "Eri tu, naturalmente. Sapevo che qualcuno mi stava osservando, ma non sapevo chi fosse. Temo che il senso d'impotenza mi abbia reso crudele."

"Parli di crudeltà? Questa è disumanità!"

"Ci vorrà un po' di tempo perché tu capisca, ma ogni tanto questi eccessi sono salutari."

"Conoscevo molta di quella gente."

"Non dovrai mai sporcarti le mani. Sarò io a fare tutto il necessario."

"Anch'io," disse Gentle.

Sartori aggrottò le ciglia. "È una minaccia?" chiese.

"Il tutto è iniziato con me e finirà con me," dichiarò Gentle.

"Ma quale me, Maestro? Quello" - e indicò Gentle - "oppure questo? Non vedi che non siamo stati fatti per essere nemici? Possiamo ottenere molto di più se rimaniamo insieme." L'Autarca pose una mano sulla spalla di Gentle. "Era scritto che ci incontrassimo in questo modo. Questo è il motivo per cui il Cardine si è mantenuto in silenzio per tutti questi anni. Aspettava che tu venissi e che noi ci riunissimo." L'Autarca distese i lineamenti del viso e proseguì: "Non essere mio nemico. Il pensiero di..."

Un grido di allarme da fuori gli fece interrompere la frase. Voltò le spalle a Gentle e si precipitò verso la porta. Nel passaggio di fronte apparve un soldato: aveva la gola tagliata e con la mano cercava di frenare invano l'emorragia. Inciampò, cadde addosso al muro e poi scivolò per terra.

"La folla dev'essere arrivata fin qui," osservò Sartori con un moto di soddisfazione. "È ora che tu prenda una decisione, fratello. Partiamo insieme, oppure devo governare il Quinto da solo?"

Un altro grido fortissimo interruppe ogni ulteriore scambio di parole. Sartori uscì nel corridoio, lasciando indietro il suo compagno.

"Rimani qui," disse a Gentle. "Riflettici sopra mentre aspetti."

Gentle ignorò l'ordine e appena Sartori girò l'angolo, lo seguì. Il trambusto svanì nel momento in cui lui scomparve, e rimase solo il fischio leggero della trachea del soldato ad accompagnare il suo inseguimento. Gentle accelerò il passo perché all'improvviso cominciò a temere che il suo altro io cadesse in un'imboscata. Non vi era alcun dubbio sul fatto che Sartori meritasse di morire. Nessun dubbio che entrambi se lo meritavano. Ma c'era ancora molto che suo fratello gli poteva rivelare: specialmente circa il fallimento della Riconciliazione. L'Autarca doveva rimanere incolume, almeno finché Gentle non fosse riuscito a ricomporre il puzzle della sua vita. E poi sarebbe giunto per entrambi il momento di pagare lo scotto dei loro eccessi. Ma era ancora presto.

Superando il corpo del soldato, Gentle udì la voce del mystif. L'unica parola che disse fu: "Gentle."

Al suono di quella voce, un suono che Gentle non aveva mai sentito o sognato prima, tutte le preoccupazioni per la vita di Sartori, o la propria, svanirono. Il suo unico pensiero, adesso, era di scoprire dove si trovava Pie; contemplarlo e buttargli le braccia al collo. Erano rimasti separati troppo a lungo. Mai più, giurò a se stesso mentre correva, quali che fossero gli editti o gli obblighi che si frapponevano tra loro, qualunque malvagità fosse intervenuta a dividerli, mai più avrebbe lasciato andare via il mystif.

Svoltò l'angolo. Di fronte a lui si trovava una porta che portava all'anticamera. Sattori era dall'altra parte, parzialmente nascosto, ma sentendo arrivare Gentle si voltò, lanciando uno sguardo giù per il passaggio. Il sorriso di benvenuto che aveva preparato per Pie'oh'pah svanì dal viso di Gentle e in due salti l'Autarca fu sulla porta e la sbatté in faccia al suo creatore. Rendendosi conto che stava per essere tagliato fuori, Gentle tentò di gridare il nome di Pie, ma la porta fu chiusa prima che riuscisse a pronunciarlo, facendo precipitare Gentle nella quasi completa oscurità. Il giuramento che aveva pronunciato pochi secondi prima era già infranto; erano di nuovo divisi, prima ancora di essersi riuniti. Nell'impeto della rabbia, Gentle si gettò contro la porta, ma, come tutto nella torre, anche quella porta era stata costruita per durare un millennio. Per quanti sforzi facesse, ottenne soltanto contusioni. Gli facevano male, ma gli doleva di più il ricordo dell'estasi di Sartori quando aveva raccontato del piacere provato con il mystif. Proprio in quello stesso istante, forse, il mystif si trovava tra le braccia di Sartori. Abbracciato, baciato e posseduto.

Gentle si scagliò contro la porta in un ultimo tentativo, poi si arrese. Dato che quei rozzi assalti non portavano ad alcun risultato, prese fiato, lo soffiò dentro il pugno e lanciò lo pneuma contro la porta così come aveva imparato a fare sullo Jokalaylau. Quella prima volta, sotto la sua mano c'era un ghiacciaio e il ghiaccio si era rotto solo dopo numerosi tentativi. Questa volta, forse perché la sua volontà di essere dall'altra parte era più forte del desiderio di liberare le donne rinchiuse nel ghiaccio, o forse semplicemente perché adesso era il Maestro Sartori, un uomo famoso che doveva pur sapere qualcosa del potere nelle sue mani, l'acciaio cedette al primo soffio e una fessura si aprì nella porta.

Udì Sartori urlare dall'altro capo della stanza, ma non perse tempo a cercare di capire. Al contrario, lanciò un secondo pneuma contro l'acciaio spezzato e questa volta la sua mano riuscì a passare attraverso la fessura. Riportò il pugno alla bocca per la terza volta e sentì l'odore del suo stesso sangue, ma qualunque cosa gli stesse succedendo, ancora non gli doleva. Inspirò per la terza volta e lanciò lo pneuma contro la porta con un grido che avrebbe fatto invidia a un samurai. I cardini cedettero e la porta si aprì. La oltrepassò prima che cadesse a terra, ma l'anticamera era vuota, o per lo meno non c'era anima viva. Tre corpi, compagni del soldato che avevano dato l'allarme, giacevano sul pavimento, squarciati da tagli netti. Gentle li saltò per giungere alla porta, mentre la mano ferita faceva cadere gocce di sangue sulle pozzanghere per terra.

Il corridoio retrostante era intriso di fumo, come se qualcosa di marcio stesse bruciando nelle viscere del palazzo. Attraverso l'oscurità, a cinquanta metri da lui, vide Sartori con Pie'oh'pah. Chissà quale storia si era inventato, Sartori, per dissuadere il mystif dal portare a termine la sua missione: fatto sta che aveva ottenuto il suo effetto. Sartori e il mystif, infatti, correvano lontani dalla torre guardandosi ogni tanto frettolosamente alle spalle, come amanti appena fuggiti dalla porta della morte.

Gentle inspirò a fondo, non per rilasciare uno pneuma, ma per chiamare. Urlò il nome di Pie lungo il corridoio, e il fumo si divideva mentre la sua voce penetrava nell'oscurità, come se le sillabe pronunciate dalla bocca di un Maestro avessero consistenza. Pie sì fermò e si girò a guardare. Sartori lo afferrò per un braccio per indurlo a proseguire, ma gli occhi di Pie avevano già incontrato quelli di Gentle e il mystif rifiutò di procedere. Si staccò da Sartori e s'incamminò verso Gentle. La cortina di fumo che si era divisa al richiamo di Gentle si era ricomposta e rendeva confusa l'espressione sul viso del mystif, ma Gentle lesse la stessa confusione anche sul suo corpo. Pie'oh'pah non sapeva se avanzare o far marcia indietro.

"Sono io!" esclamò Gentle. "Sono io!"

Gentle vide che alle spalle del mystif c'era Sartori e captò alcuni frammenti di ciò che l'Autarca gli stava bisbigliando nelle orecchie; qualcosa riguardo al Cardine che li stava ingannando.

"Non sono un'illusione, Pie," disse Gentle, avvicinandosi, "Sono io. Gentle. Sono io in carne e ossa."

Il mystif scosse il capo, si girò verso Sartori e poi ancora verso Gentle, evidentemente confuso.

"È solo un trucco," affermò Sartori, senza più preoccuparsi di parlare a bassa voce. "Vieni via, Pie, prima che ci riesca del tutto, Ci può far diventare matti."

Troppo tardi forse, pensò Gentle. Adesso era abbastanza vicino per vedere la faccia del mystif, che era allucinata: gli occhi sbarrati, i denti serrati, il sudore che scendeva in rivoletti rossi di sangue coagulato sulle guance e sulle sopracciglia. L'assassino occasionale aveva ormai da lungo tempo perso il proprio gusto per gli eccidi: Gentle l'aveva già notato nella Culla quando l'altro aveva esitato a uccidere, sebbene ne andasse della loro vita, Si capiva come Sartori fosse riuscito così facilmente a far abbandonare al mystif la propria missione. Pie era sull'orlo di un collasso psichico. E ora, posto a confronto con due facce che conosceva, entrambe dotate della voce del suo amante, stava per perdere quel ppco di equilibrio che gli era rimasto.

Pie portò la mano alla cintura dov'era appeso uno di quei nastri taglienti branditi dal drappello degli esecutori. Gentle sentì l'arma cantare mentre il mystif si avvicinava, la lama ancora affilata dopo tutti gli omicidi che aveva commesso.

Dietro di lui, Sartori diceva: "Perché no? È solo un'ombra."

Lo sguardo folle di Pie divenne più intenso, e il mystif sollevò la lama svolazzante sopra la propria testa. Gentle si fermò. Un altro passo e sarebbe stato a portata della lama; né dubitava che Pie fosse pronto a usarla.

"Dài!" lo incitò Sartori. "Uccidilo! Un'ombra in più o in meno..."

Gentle posò lo sguardo su Sartori e quel lieve movimento bastò a spronare il mystif. Piombò su Gentle con la lama sibilante. Lui fece un passo indietro per evitare il fendente che gli avrebbe aperto il torace, ma Pie era determinato a non fallire una seconda volta e abbreviò la distanza che lo divideva da Gentle con un balzo. Gentle retrocedette alzando le mani in segno di resa, ma il mystif era indifferente a segni del genere. Voleva metter fine a quella pazzia, e in fretta.

"Pie," ansimò Gentle. "Sono io! Sono io! Ti ho lasciato nel Kesparate! Non te lo ricordi?"

Pie sferzò ancora, non una ma due volte, e la seconda frustata colpì la parte alta del braccio e il petto di Gentle, tagliandogli il mantello, la camicia e la carne. Gentle girò su se stesso per evitare la sferzata successiva e mise la mano già sanguinante sulla ferita; indietreggiò ancora e sentì la parete del corridoio dietro di sé: non aveva più scampo.

"Non posso avere diritto all'ultima cena?" chiese Gentle, senza più guardare la lama ma gli occhi di Pie, cercando di arrivare, al di là della follia omicida, alla parte ancora sana della sua mente. "Mi avevi promesso che avremmo mangiato assieme, Pie. Non ti ricordi? Un pesce, dentro un pesce, dentro..."

Il mystif si bloccò lasciando volteggiare la lama sopra la spalla.

"... un pesce."

La lama continuò a ondeggiare ma non discese.

"Di' che ti ricordi, Pie. Per favore, di' che ti ricordi."

Da qualche parte dietro Pie, Sartori aveva ricominciato con una nuova serie di esortazioni, ma alle orecchie di Gentle esse erano un vociare confuso e nient'altro. Lui era concentrato sullo sguardo vacuo del mystif e cercava di capire se le sue parole erano andate a segno. Pie inspirò leggermente, e i nodi che gli increspavano le sopracciglia e la bocca si sciolsero. "Gentle?" disse.

Gentle non rispose. Fece scivolare la mano dalla spalla e rimase appoggiato al muro con le braccia aperte.

"Uccidilo!" lo incitava Sartori. "Uccidilo! È solo un'illusione!"

Pie si voltò, la lama ancora sollevata.

"No..." disse Gentle, ma il mystif si era già lanciato in direzione dell'Autarca. Gentle lo richiamò, staccandosi con impeto dal muro nel tentativo di fermarlo. "Pie! Ascoltami..."

Il mystif si guardò intorno e in quel momento Sartori si portò la mano a un occhio e, con un movimento appena percettibile, ne strappò qualcosa, stendendo subito il braccio e aprendo il pugno per rilasciare ciò che aveva in mano. Dal palmo partì come un'essenza del suo sguardo. Gentle si lanciò sul mystif per sottrarlo al colpo, ma mancò di pochi centimetri la schiena di Pie, e quando tentò di nuovo, l'arma aveva già colpito il bersaglio. La lama svolazzante cadde dalle mani del mystif, scagliata all'indietro dall'impatto, lo sguardo fisso su Gentle mentre gli cadeva tra le braccia. Entrambi rotolarono a terra, ma Gentle fu veloce nel liberarsi dal peso del mystif e nel portarsi la mano alla bocca per difendere entrambi con uno pneuma. Sartori stava scomparendo nel fumo con sul viso un'espressione che avrebbe turbato Gentle per molti giorni e molte notti a venire. C'era più sconforto che trionfo; più tristezza che rabbia.

"Chi ci riconcilierà, ora?" chiese l'Autarca, e poi scomparve nell'oscurità come se la conoscesse perfettamente e se ne fosse avvolto per nascondersi fra le sue pieghe.

Gentle non lo inseguì, ma tornò dal mystif che giaceva là dove era caduto. Gli si inginocchiò accanto.

"Chi era?" chiese Pie.

"Qualcosa che ho creato io," rispose Gentle. "Quando ero un Maestro."

"Un altro Sartori?" chiese Pie.

"Sì."

"Allora inseguilo. Uccidilo prima che scappi. Quelle creature sono le più..."

"Non può scappare, amore. Non esiste un luogo dove non lo possa trovare."

Pie si premeva le mani sul petto, dove era stato colpito dal maleficio di Sartori.

"Lasciami guardare," disse Gentle, allontanando dalla ferita le dita di Pie e strappandogli la maglia. La ferita era una macchia sulla carne, nera al centro e di un giallo purulento sui bordi.

"Dov'è Huzzah?" domandò Pie, ansante.

"È morta," rispose Gentle. "È stata uccisa da un Nullianac."

"Quanta morte," mormorò Pie. "Mi ha accecato. Ti avrei ucciso senza nemmeno rendermi conto di quello che facevo."

"Non parliamo di morte," disse Gentle. "Parliamo di ciò che possiamo fare per farti guarire."

"C'è qualcosa di più urgente da fare," replicò Pie. "Sono venuto per uccidere l'Autarca..."

"No, Pie..."

"Questa è stata la sentenza," insistette Pie. "Ma ora non posso portare a termine l'opera. Lo farai per me?"

Gentle pose la mano sotto la testa del mystif e gliela sollevò. "Non posso," disse.

"Perché no? Puoi usare uno pneuma."

"No, Pie. Sarebbe come uccidere me stesso."

"Che cosa?"

Il mystif fissò Gentle, sconcertato. Ma il suo stupore durò poco. Prima che Gentle avesse il tempo di spiegare, Pie emise un lungo, triste sospiro modulando tre parole leggere. "Oh mio Dio."

"L'ho trovato nella Torre del Cardine. Io non pensavo all'inizio..."

"L'Autarca Sartori," disse Pie, come se volesse verificare la musicalità di quelle parole. Poi, con la voce ridotta a un gemito funebre, aggiunse: "È un circolo chiuso."

"Tu sapevi da sempre che io ero un Maestro, non è vero?" chiese Gentle.

"Naturalmente."

"Ma non me l'hai mai detto."

"Ci sono andato molto vicino. Ma ho giurato che non ti avrei mai fatto ricordare chi tu fossi."

"Chi te lo ha fatto giurare?"

"Tu, Maestro. Soffrivi e volevi dimenticare la sofferenza."

"Come sono riuscito a dimenticare?"

"Un semplice incantesimo."

"Fatto da te?"

Pie annuì. "Ero al tuo servizio. Giurai che, quando il passato fosse stato nascosto, non te l'avrei mai più fatto rivivere. Si deve prestare fede a un giuramento."

"Ma continuavi a sperare che facessi la domanda giusta..."

"Sì."

"... per farmi tornare i ricordi."

"Sì. E ci sei arrivato vicino."

"A Mai-Ké. E sulle montagne."

"Ma mai abbastanza da sollevarmi da quella responsabilità. Dovevo mantenere il silenzio."

"Bene, è finita, amico mio. Quando guarirai..."

"No, Maestro," disse Pie. "Una ferita come questa non può guarire."

"Sì, se lo si vuole," ribatté Gentle non tollerando l'idea di un possibile fallimento.

Ricordò le parole di Nikaetomaas riguardo l'accampamento dei Dearther ai confini tra il Secondo e il Primo Dominio, dove, secondo lei, era stato portato Estabrook. Là facevano miracoli, aveva aggiunto con fierezza.

"Dobbiamo fare un po' di strada, amico mio," disse Gentle cercando di sollevare il mystif.

"Perché vuoi spaccarti la schiena?" gli disse Pie. "Diciamoci addio qui."

"Non ti dirò mai nemmeno arrivederci, né qui né altrove," dichiarò Gentle. "Ora, amore, mettimi le braccia intorno al collo. Abbiamo molta strada da fare insieme."

 

39

 

I

 

L'ascesa della Cometa verso i cieli che sovrastavano Yzordderrex e la luce che diffondeva sulle strade della città non riuscirono a far sì che le atrocità ora visibili in tutta la loro nefandezza cessassero; anzi, sortirono l'effetto contrario. La città era ormai caduta sotto il controllo della Rovina, e la sua corte era dappertutto e festeggiava l'investitura sfoggiando i propri emblemi e rispolverando i propri riti in vista di un lungo e inglorioso regno. I figli, cosparsi di cenere, portavano le teste dei loro genitori come incensieri, ancora fumanti dei fuochi dove erano state trovate. I cani avevano il completo dominio della città e attaccavano i loro padroni senza paura della punizione. Gli uccelli necrofagi, che un tempo Sartori aveva strappato ai venti del deserto affinché si nutrissero solo di carne avariata, si erano riuniti per le strade in orde gracchianti per divorare uomini e donne che solo il giorno prima in quegli stessi luoghi chiacchieravano amabilmente.

È vero che c'erano anche dei sopravvissuti e che si aggrappavano a un sogno di ordine. Costoro si riunivano per fare ciò che potevano sotto il nuovo regime: scavavano tra le macerie nella speranza di trovare altri superstiti, spegnevano gli incendi negli edifici che valeva la pena di salvare, prestavano soccorso ai feriti e somministravano una morte rapida agli agonizzanti. Molto più numerosi erano, però, coloro la cui fede nella ragione si era ormai ottenebrata.

A metà mattina, quando Gentle e Pie raggiunsero la porta che conduceva fuori città, verso il deserto, molti di quelli che avevano iniziato la giornata decisi a salvare qualcosa in quella catastrofe avevano abbandonato l'intento ed erano già sul punto di andarsene, almeno finché avevano ancora fiato e vita. L'esodo, che avrebbe svuotato Yzordderrex della maggior parte della sua popolazione nel giro di tre giorni, era iniziato.

 

A parte la vaga indicazione che gli aveva fornito Nikaetomaas, e cioè che l'accampamento in cui Estabrook era stato portato si trovava nel deserto ai confini con quel Dominio, Gentle proseguiva alla cieca. Sperava di trovare lungo la strada chi gli potesse dare migliori informazioni, ma non incontrò nessuno che fosse mentalmente e fisicamente in condizioni tali da fornirgli l'aiuto desiderato. Prima di lasciare il palazzo si era fasciato alla meglio la mano ferita nel tentativo di abbattere la porta della Torre del Cardine. La ferita d'arma da taglio che gli era stata inferta dai rapitori di Huzzah e il taglio della lama a nastro del mystif non erano molto gravi e non gli davano troppo fastidio. Il suo corpo, che possedeva la capacità di recupero di un Maestro, era sopravvissuto tre volte il tempo di una vita umana senza deteriorarsi troppo, e anche questa volta fu rapido nell'intraprendere il processo di guarigione. Lo stesso non si poteva dire per il corpo ferito di Pie'oh'pah. Il potere di Sartori era venefico, e gli risucchiava energia e intelletto. Quando Gentle decise di incamminarsi fuori città, Pie non era quasi in grado di muovere le gambe, e Gentle fu costretto a portarlo quasi tutto il tempo in braccio. Otmai speravano soltanto di trovare un mezzo di trasporto in un tempo abbastanza breve, altrimenti il loro viaggio si sarebbe concluso ancora prima di iniziare. Non c'erano molte possibilità di ottenere un passaggio da qualcuno degli altri sfollati. La maggior parte era a piedi, e i pochi mezzi di trasporto che si vedevano circolare - carri, macchine, muli nani - erano già sovraccarichi di passeggeri. Quasi tutti quei veicoli sovraffollati cedevano appena fuori città, e coloro che avevano pagato per ottenere un passaggio discutevano a un lato della strada con chi ritenevano li avesse gabbati. Per lo più, però, i viaggiatori procedevano a piedi con una strana fretta, senza alzare quasi mai gli occhi dalla strada e fissando un punto a pochi metri dal proprio naso, almeno finché non giungevano a qualche incrocio.

Là dove si trovavano adesso Gentle e Pie s'era creato un ingorgo, dato che la gente si guardava intorno cercando di decidere quale delle tre direzioni prendere. Diritto, anche se a considerevole distanza, si intravedeva una zona montagnosa grande come lo Jokalaylau. La strada sulla sinistra conduceva verso un terreno più verdeggiante, e non c'era da stupirsi che fosse la più battuta. La meno frequentata, e per le intenzioni di Gentle la più promettente, era la strada che stava sulla destra. Era polverosa e dissestata e il territorio che attraversava era molto povero di vegetazione: era dunque quello che più probabilmente avrebbe potuto trasformarsi in deserto. Gentle, però, aveva imparato nei mesi trascorsi nei Domini che il terreno poteva cambiare completamente nello spazio di pochi chilometri: forse, più avanti quella strada incontrava verdi pascoli, mentre nella via verdeggiante il terreno altrettanto facilmente poteva trasformarsi in deserto. Mentre stava pensoso in mezzo agli altri viandanti, udì una voce levarsi dalla calca e, aguzzando la vista tra la polvere, vide un uomo di bassa statura, giovane, con gli occhiali, a torso nudo e calvo, che si faceva largo verso di lui a braccia alzate.

"Signor Zacharias! Signor Zacharias!"

Gentle sapeva di averlo già visto, ma non ricordava dove, né riusciva a dargli un nome. Fu l'uomo a dargli subito l'informazione che gli sfuggiva.

"Floccus Dado," disse. "Si ricorda?"

Sì, adesso sì. Era il compagno d'armi di Nikaetomaas.

Floccus si tolse gli occhiali e osservò Pie. "La sua amica sembra malata," aggiunse.

"Non è una lei. È un mystif."

"Mi scusi. Scusi tanto," disse Floccus, rimettendosi gli occhiali e sbattendo le palpebre velocemente. "Colpa mia. Il sesso non è mai stato il mio forte. Sta molto male?"

"Credo di sì."

"Nikae è con voi?" chiese Floccus, dandosi un'occhiata intorno. "Non mi dica che è andata avanti. Le avevo detto che l'avrei aspettata qui se ci fossimo dovuti separare."

"Non verrà, Floccus," disse Gentle.

"Perché mai?"

"Temo sia morta."

I tic nervosi di Dado e il battito veloce delle sue palpebre si bloccarono all'istante. Fissò Gentle con un lieve sorriso sulle labbra, come se fosse abituato a essere preso in giro e volesse credere che anche quello era solo uno scherzo.

"No," disse.

"Temo di sì," ribatté Gentle. "È stata uccisa nel palazzo."

Floccus si tolse di nuovo gli occhiali e mosse il pollice e il medio dal ponte del naso lungo il contorno inferiore degli occhi. "Che tristezza," disse.

"Era una donna molto coraggiosa."

"Sì, davvero."

"E si è difesa molto bene. Solo che loro erano in tanti."

"E tu come hai fatto a scappare?" chiese Floccus senza il minimo intento accusatorio.

"È una storia molto lunga," rispose Gentle. "E non credo di essere ancora pronto a raccontarla."

"Dove state andando?" domandò Floccus.

"Nikaetomaas mi ha detto che voi Dearther avete una specie di accampamento ai confini con il Primo. È vero?"

"Sì, è vero."

"E allora è là che vogliamo andare. Mi ha detto che un uomo che io conoscevo, Estabrook, è stato curato là. Io voglio far curare Pie."

"Allora è meglio che procediamo insieme," disse Floccus. "È inutile che io resti qui ad aspettare. Lo spirito di Nikae dev'essere già passato da un pezzo."

"Non hai un mezzo di trasporto?"

"Certo," disse Floccus illuminandosi. "Una vera e propria macchina che ho trovato nel Caramess. È parcheggiata là," e indicò un punto al di là della folla.

"Se c'è ancora," osservò Gentle.

"E sotto controllo," replicò Dado con un ghigno. "Posso aiutarti a trasportare il mystif?"

Floccus mise un braccio sotto il corpo di Pie, che ormai aveva perso completamente coscienza: poi iniziarono a farsi strada tra la folla. Dado urlava di spostarsi e di lasciare libero il passaggio. Ma i suoi richiami rimanevano senza risposta e allora cominciò a gridare: "Ruukassh! Ruukassh!" A quelle parole, la folla si divise e li lasciò passare.

"Che cosa significa Ruukassh?" gli chiese Gentle.

"Contagioso," rispose Floccus. "Non siamo lontani."

Ancora pochi passi e arrivarono in vista della macchina. Dado aveva buon gusto nel rubare. Gentle non aveva mai visto un veicolo più sontuoso, più lucente e più inadatto a viaggiare nel deserto come quello che aveva di fronte agli occhi, almeno da quel suo primo, glorioso viaggio sull'autostrada di Patashoqua. Era color blu cobalto con le rifiniture argentate: gli pneumatici erano bianchi, l'interno rivestito di pelliccia. Accucciato sul cofano, il guinzaglio legato a uno degli specchietti laterali, stava il suo guardiano e la sua antitesi: un animale simile a un cane selvatico ma imparentato anche con la iena che vantava gli attributi peggiori delle due razze. Era tondo e grasso come un maiale, la schiena e i fianchi erano ricoperti da un mantello di pelliccia maculata. Il muso era piccolo con grandi e lunghi baffi. Le orecchie si rizzarono proprio come quelle di un cane alla vista di Dado, e la bestia si mise ad abbaiare e a ululare così acutamente che la voce di Dado sembrò, al confronto, quella di un basso profondo. "Buona!! Buona!!" gli ordinò.

La creatura si alzò sulle gambe tozze e cominciò a muovere la coda in segno di festa per il ritorno del padrone. La pancia era appesantita dalle tette che si muovevano al ritmo della coda.

Dado aprì la portiera e sul sedile del passeggero Gentle vide la ragione per cui la creatura difendeva così attentamente il veicolo: una cassetta con cinque cuccioli che guaivano, perfette copie in miniatura della loro madre. Dado suggerì a Gentle e a Pie di mettersi nel sedile posteriore, mentre Mamma Sighshy, come chiamò la cagna, sedeva con i propri cuccioli davanti. Dentro, la puzza di quegli animali era fortissima, ma il primo proprietario della macchina amava evidentemente le comodità, perché Gentle trovò dei cuscini con cui sostenere la testa e il collo del mystif. Quando Sighshy fu invitata a salire in macchina, la puzza decuplicò. Ringhiò a Gentle in modo tutt'altro che amichevole, ma Dado la placò parlandole come se fosse un bambino, e, dopo poco, l'animale si rannicchiò sul sedile accanto al guidatore mettendosi a leccare i cuccioli già grassi. Completato il carico, i viaggiatori partirono alla volta della montagna.

 

Dopo un paio di chilometri la stanchezza vinse Gentle, che si addormentò con la testa appoggiata sulla spalla di Pie. La strada diventava sempre più dissestata con il passare delle ore, e quel procedere disagiato lo portava continuamente a destarsi da un sonno frammentario e popolato da brandelli di sogni. Non erano sogni di Yzordderrex, né ricordi delle avventure che lui e Pie avevano vissuto nel corso dei loro viaggi per l'Imagica. La sua mente, nel dormiveglia inquieto, ritornava al Quinto, cercando di sfuggire agli orrori e agli assassini dei Domini Riconciliati per muoversi su un territorio più sicuro.

A parte il fatto che, ovviamente, nulla era più sicuro. L'uomo che era stato in quel Dominio il Bastardo di Klein, l'amante e il falsario, era una sorta di impostura, dopo tutto, e non sarebbe mai più potuto tornare a quella semplice vita voluttuosa. Aveva vissuto una menzogna, di una tale enormità che nemmeno la più sospettosa delle sue amanti (Vanessa, il cui abbandono aveva dato inizio a tutta quell'avventura) avrebbe mai potuto immaginare; e da quella menzogna si erano sviluppate tre vicende di autoinganno. Ripensando a Vanessa, Gentle ricordò la casa vuota di Londra e il senso di desolazione che aveva provato vagando al suo interno: non aveva nulla da mostrare della sua vita se non una serie di storie d'amore interrotte, alcuni quadri contraffatti e gli indumenti che indossava. Adesso era ridicolo, ma allora aveva pensato di aver toccato il fondo. Che ingenuo! Da quel momento aveva avuto tante lezioni di disperazione sufficienti a riempire un libro, e il ricordo più amaro gli stava giusto dormendo accanto, gravemente ferito.

Sebbene non sopportasse l'idea di perdere Pie, Gentle non volle negare che quella possibilità esistesse. In passato aveva troppo spesso chiuso gli occhi su ciò che non voleva vedere, con risultati catastrofici. Adesso doveva affrontare i fatti. Di ora in ora il mystif appariva sempre più debole, la pelle gelata, il respiro pesante che a volte diventava appena percettibile. Ammesso che tutto quel che aveva asserito Nikaetomaas sulle forze risanatrici del Dissolvimento fosse vero, forse non ci sarebbe stata cura sufficientemente miracolosa per quel male oscuro. Gentle sarebbe dovuto tornare nel Quinto da solo, confidando che Pie lo avrebbe seguito dopo un po' di tempo. Quanto più ritardava il suo ritorno, tanto meno possibilità avrebbe avuto di radunare i rinforzi per la guerra contro Sartori. E quella guerra ci sarebbe stata, non aveva dubbi. L'urgenza della conquista bruciava nell'animo del suo altro io, come forse una volta era bruciata in lui, finché il desiderio, la lussuria e l'oblio non l'avevano offuscata. Ma dove avrebbe trovato degli alleati? Uomini e donne che non scoppiassero a ridere (proprio come avrebbe fatto lui sei mesi prima), quando avesse cominciato a parlare dei suoi salti tra i Domini e del pericolo che correva il mondo a causa di un uomo che aveva la sua stessa faccia. L'immaginazione dei suoi potenziali ascoltatori non sarebbe stata tanto vasta da abbracciare le descrizioni che lui avrebbe fatto loro. Di solito erano piuttosto diffidenti, dato che le speranze favolose della loro giovinezza si erano polverizzate nei sudori notturni e nelle riflessioni mattutine. Il massimo di religiosità di quella gente era un vago panteismo, ma quando erano sobri negavano anche quello. Fra tutti, solo Clem una volta aveva dichiarato di credere in una religione organizzata, ma i suoi dogmi si opponevano al messaggio che Gentle portava dai Domini quanto i principi di un nichilista. Anche se Clem fosse stato convinto da qualche miracolo eucaristico a unirsi a lui, avrebbero comunque costituito un esercito di due sole persone contro un Maestro che aveva affilato per bene le proprie armi per assicurarsi il controllo dei Domini.

C'era un'altra possibilità, e cioè Judith. Lei sicuramente non avrebbe deriso i suoi racconti di viaggio, ma era stata così maltrattata sin dall'inizio di quella tragedia che ora Gentle non osava aspettarsi da lei perdono, tantomeno sostegno. E poi, chi poteva sapere da che parte stava? Sebbene somigliasse a Quaisoir in tutto e per tutto, anche lei era stata pur sempre creata dallo stesso utero senza sangue che aveva prodotto Sartori. Non era forse, in un certo senso, la sua sorella spirituale? Non era nata, ma era stata costruita. Se Judith avesse dovuto scegliere tra il macellaio di Yzordderrex e coloro che cercavano di distruggerlo, come avrebbe potuto accettare di stare dalla parte dei rivoltosi, dal momento che la loro vittoria avrebbe significato per lei la perdita dell'unica creatura in tutta l'Imagica che condividesse la sua condizione? Sebbene Gentle e lei fossero stati molto legati l'uno all'altra (chissà quante volte erano stati insieme in tutti quei secoli: infiammati di nuovo del desiderio che li aveva avvicinati la prima volta, poi ancora divisi, infine dimentichi di essersi mai conosciuti), Gentle d'ora in poi avrebbe dovuto trattarla con estrema cautela. Judith non aveva colpe in quello che le era successo nel passato. Ma la donna che era diventata nel corso dei decenni non era vittima né giocattolo, e se fosse diventata consapevole del suo passato, sarebbe stata capacissima di vendicarsi dell'uomo che l'aveva creata, per quanto in passato avesse giurato di amarlo.

Notando che il passeggero era sveglio, Floccus informò Gentle dei progressi del viaggio. Erano un bel po' avanti, disse. Di lì a un'ora sarebbero giunti sulle montagne, oltre le quali si stendeva il deserto.

"Quanto manca al Dissolvimento?" gli domandò Gentle.

"Arriveremo prima che scenda la notte," rispose Floccus. "Come sta il mystif?"

"Non bene, mi pare."

"Vedrai che non avremo motivo di affliggerci," disse Floccus illuminandosi. "Ho visto persone in punto di morte che sono guarite al Dissolvimento. È un luogo di miracoli. Ma ogni luogo lo sarebbe, se solo sapessimo come guardarlo. Questo è ciò che Padre Athanasius mi ha insegnato. Tu eri in prigione con Athanasius, vero?"

"No, io non ero esattamente un prigioniero. Non nel modo in cui lui lo era."

"Ma lo hai conosciuto?"

"Oh, sì. E stato lui a sposarci."

"Tu e il mystif, vuoi dire? Siete sposati?" Fischiò. "Allora tu sei quello che si dice un uomo fortunato. Ho sentito parlare molto di questi mystif, ma non avevo mai sentito che qualcuno si fosse sposato con uno di loro. Di solito sono degli amanti, dei rubacuori." Fischiò di nuovo. "Fantastico," esclamò. "Faremo in modo che lei ce la faccia, signore, non preoccuparti. Oh, mi spiace. Ho parlato al femminile, ma lei non è una lei, vero? Devo cercare di esprimermi meglio. Solo che quando lo guardo vedo una lei, capisci? Credo che proprio questo sia ciò che hanno di meraviglioso."

"Sì, in parte."

"Posso farti una domanda?"

"Chiedi pure."

"Quando la guardi, che cosa vedi?"

"Ho visto diverse cose," rispose Gentle. "Ho visto donne. Ho visto uomini. Ho visto me stesso."

"Ma adesso," continuò Floccus. "Che cosa vedi proprio adesso?"

Gentle guardò il mystif. "Vedo Pie," rispose. "Vedo il viso che amo."

Floccus non insistette e, dopo tanto entusiasmo, Gentle capiva che quel silenzio doveva avere un suo significato.

"A che cosa pensi?" chiese.

"Vuoi veramente saperlo?"

"Sì. Siamo amici, non è vero? Almeno ci stiamo provando. Dimmi."

"Penso che non sia giusto che tu ti preoccupi tanto del suo aspetto. Il Dissolvimento non è un luogo in cui si possono amare le cose per quello che sono. Lì, le persone guariscono, ma cambiano anche, capisci?" Staccò le mani dal volante e le piegò un po' a coppa, come se fossero i piatti di una bilancia. "Ci dev'essere un equilibrio. Dare per avere."

"Che tipo di cambiamenti?" domandò Gentle.

"Sempre diversi," rispose Floccus. "Ma lo vedrai con i tuoi occhi molto presto. Appena ci avvicineremo al Primo Dominio, niente sarà più come sembra."

"Ma questo non vale da ogni parte?" osservò Gentle. "Quanto più vivo, tanto meno sono sicuro della stabilità delle cose."

Floccus riportò le mani sul volante; tutta la sua voglia di chiacchierare si era improvvisamente dissolta. "Non mi pare che Padre Athanasius abbia mai parlato di questo," aggiunse. "Forse lo ha fatto. Non ricordo che cosa abbia detto."

La conversazione terminò, e Gentle si chiese se, riportando il mystif ai confini del Dominio da cui la sua specie era stata esiliata, restituendo il grande trasformista a una terra dove la trasformazione era all'ordine del giorno, non stesse sciogliendo il nodo che Athanasius aveva stretto nella Culla di Chzercemit.

 

II

 

Jude non si era mai fatta impressionare dalla magnificenza architettonica e non trovò nulla nelle corti o nei corridoi del palazzo dell'Autarca che la potesse scuotere da quella sua indifferenza. Vide alcune immagini che risvegliavano nella sua mente il ricordo di bellezze naturali: il fumo che saliva dai giardini dimenticati come la nebbia mattutina, o che si attaccava alla pietra fredda delle torri come una nuvola al picco di una montagna. Ma quei piaceri sottili erano rari. Il palazzo era soprattutto colmo di fastosi orpelli: tutto era stato costruito con proporzioni che avrebbero dovuto incutere timore, ma ai suoi occhi appariva soltanto monolitico.

Fu contenta quando finalmente raggiunsero le stanze di Quaisoir, le quali, con tutti quegli ornamenti assurdi, erano almeno personalizzate dagli eccessi. Udirono inoltre la prima voce amica in molte ore, ma il caldo tono di benvenuto si tramutò in orrore quando l'ancella dalle innumerevoli code, Concupiscentia, vide che la propria padrona aveva trovato una gemella e aveva perso gli occhi durante la notte trascorsa fuori in cerca della salvezza. Solo dopo aver dedicato un po' di tempo alle lamentazioni decise di prendersi cura di Quaisoir, cosa che fece con mani tremanti.

La Cometa stava ora ascendendo sull'orizzonte e dalla finestra di Quaisoir Jude poteva godere di una gran vista panoramica sulla desolazione. Aveva sentito e visto a sufficienza nel breve tempo trascorso in quella città per capire che Yzordderrex era da tempo matura per la calamità che ora la stava sconvolgendo, e che alcuni, se non molti, dei suoi abitanti avevano alimentato il fuoco che aveva distrutto i Kesparate, scorgendo in esso una giusta fiamma purificatrice. Anche Peccable, che era tutto meno che un anarchico, aveva annunciato che l'ultima ora di Yzordderrex era suonata. Ma Jude piangeva ancora quella fine. Questa era la città che aveva pregato Oscar di mostrarle; la città della quale le era giunto uno stordente profumo di spezie, e il cui calore, che quel giorno proveniva dal Rifugio, le era sembrato paradisiaco. Ora Judith avrebbe fatto ritorno al Quinto Dominio con la sua cenere sotto le scarpe e la sua fuliggine nel naso, come un turista che torni da Venezia pieno di fotografie di bollicine in una laguna.

"Sono così stanca," disse Quaisoir. "Ti spiace se dormo un po'?"

"Naturalmente no," rispose Judith.

"C'è ancora sangue di Seidux sul letto?" chiese a Concupiscentia.

"Sì, signora."

"Allora non mi coricherò là." Poi, tendendo il braccio: "Portami nella piccola camera blu. Judith, anche tu dovresti riposare. Fare un bagno e riposare. Dobbiamo fare tanti progetti insieme."

"Davvero?"

"Oh, sì, sorella," disse Quaisoir. "Ma più tardi..."

Lasciò che Concupiscentia la portasse via, mentre Jude vagava nelle stanze occupate da Quaisoir negli anni del suo regno. In effetti c'era un po' di sangue sulle lenzuola, ma non per questo il letto le sembrava meno invitante, ed emanava un profumo così forte da farle girare la testa. Rifiutò quelle sensuali blandizie e andò in cerca di un bagno immaginando che avrebbe trovato un'altra stanza rigurgitante di eccessi barocchi. Il bagno si dimostrò in realtà l'unico locale che avesse qualche parentela con la sobrietà, e Judith fece un lungo bagno caldo, si ripulì della cenere e indugiò a contemplare la propria immagine riflessa confusamente dalle piastrelle nere.

Quando riemerse con la pelle arrossata, il pensiero di tornare a indossare i suoi indumenti sporchi e puzzolenti le fece rivoltare lo stomaco. Li lasciò per terra e, indossato uno dei tanti vestiti sparsi qua e là nella stanza da letto, sollevò le lenzuola profumate. Un uomo era stato ucciso lì qualche ora prima, ma quel pensiero che una volta l'avrebbe fatta fuggire a gambe levate dalla stanza e a maggior ragione dal letto, non la sconvolgeva minimamente. Non scartò la possibilità che la sua indifferenza per il passato sordido di quel letto derivasse in parte dall'influenza dei profumi che provenivano dal cuscino su cui aveva posato la testa. I profumi cospirarono con la sua stanchezza e con il calore del bagno da cui era appena emersa: cadde in un languore cui non avrebbe saputo resistere nemmeno se, da quella resistenza, fosse dipesa la sua vita. La tensione di muscoli e giunture si allentò; lo stomaco cessò di tormentarla con i crampi. Chiuse gli occhi e lasciò che il letto di sua sorella la cullasse nel mondo dei sogni.

 

Anche durante le sue meditazioni più nere sul pozzo del Cardine, Sartori non aveva mai provato il senso di vuoto che l'attanagliava dal momento in cui si era diviso dal suo altro io. Incontrare Gentle nella Torre e l'essere stato testimone all'invito del Cardine alla Riconciliazione gli aveva fatto intravedere nuove possibilità; un matrimonio tra due io che gli avrebbe dato la pienezza. Ma Gentle s'era mostrato sprezzante verso quella visione preferendo lo sposo mystif al proprio fratello. Forse aveva cambiato idea adesso che Pie'oh'pah era morto, ma Sartori ne dubitava. Se lui fosse stato Gentle, e lo era, la morte del mystif l'avrebbe tormentato fino a ossessionarlo finché non fosse riuscito a vendicarla. L'inimicizia tra loro era oramai sancita. Non ci sarebbe stata riunificazione.

Non confidò nulla di tutto questo a Rosengarten, che lo trovò nel gazebo intento a trangugiare cioccolata e a rimuginare la sua angoscia. Né permise a Rosengarten di fargli un rapporto sui disastri della notte (i generali morti, i soldati decimati o disertori) senza interromperlo. Dovevano preparare dei piani insieme, disse all'uomo dalla pelle pezzata, e non c'era tempo per piangere su quanto era andato perduto.

"Andremo nel Quinto, tu e io," disse l'Autarca a Rosengarten. "Costruiremo una nuova Yzordderrex."

Non gli capitava spesso di ottenere una risposta da quell'uomo, ma ne ebbe una adesso. Rosengarten sorrise.

"Il Quinto?" disse.

"Lo conoscevo molti anni fa, naturalmente, ma, per quanto ne so adesso, è libero. I Maestri che conoscevo sono morti. La loro saggezza è calpestata. Quel posto è senza difese. Noi li prenderemo con un'azione tanto repentina che non si renderanno conto di cedere il loro Dominio fino a quando la Nuova Yzordderrex sarà nei loro cuori, inviolata."

Rosengarten borbottò qualcosa in segno di approvazione.

"Saluta chi devi salutare," disse Sartori. "Io farò lo stesso."

"Partiamo adesso?"

"Prima che si spengano gli incendi," rispose l'Autarca.

 

Jude cadde in un sonno piuttosto strano, ma ormai aveva viaggiato nel mondo dell'inconscio quanto bastava per non esserne intimidita. Questa volta non si mosse dalla stanza in cui dormiva, ma si crogiolò in quel lusso, sollevandosi e lasciandosi cadere i veli intorno al letto e indugiando sull'onda di quella stessa brezza fumosa. Ogni tanto udiva dei rumori nei cortili sottostanti, e apriva gli occhi soltanto per il sottile e pigro piacere di richiuderli subito dopo. Una volta fu svegliata dal suono della voce di Concupiscentia che cantava in una stanza lontana. Sebbene le parole fossero incomprensibili, Jude riconobbe in quel canto un lamento, pieno di rimpianti per cose che erano ormai passate e che non potevano più ritornare, e si riaddormentò pensando che le canzoni tristi sono sempre le stesse in ogni lingua, gaelico, navaho o patashoquese. Come il glifo del suo corpo, quella melodia era essenziale; un segno che poteva attraversare i Domini.

La musica e il profumo in cui si era immersa agivano da potenti narcotici, e dopo alcune strofe malinconiche della canzone di Concupiscentia Jude non era più sicura se fosse addormentata e stesse ascoltando quel lamento nei suoi sogni, o se fosse sveglia ma liberata dai profumi di Quaisoir e levitante tra le pieghe della seta sopra il suo letto, come una visionaria. Comunque stessero le cose, non le importava. Le sensazioni erano piacevoli e da molto tempo lei non provava piaceri di sorta.

Poi ebbe la prova che si trattava davvero di un sogno. Un fantasma dolente apparve sulla porta e rimase a guardarla attraverso i veli. Lo riconobbe ancor prima che si avvicinasse al letto. Non era un viso al quale avesse pensato spesso ultimamente. Era Gentle, se lo ricordava benissimo, con quell'espressione un po' sconvolta che aveva spesso, e le sue mani accarezzavano i veli come se fossero le gambe di lei e potessero essere divaricate da quelle carezze.

"Non pensavo di trovarti qui," le disse. Aveva la voce rauca e l'espressione sul suo viso era struggente come la nenia di Concupiscentia. "Quando sei tornata?"

"Un po' di tempo fa."

"Hai un così buon profumo."

"Ho fatto un lungo bagno."

"Guardarti così... mi fa desiderare di portarti con me."

"Dove stai andando?"

"Ritorno nel Quinto," rispose. "Ero venuto a dirti addio."

Il volto dell'uomo si aprì in un sorriso generoso e Jude ricordò, notandolo, come fosse sempre stato facile per lui sedurre: quante donne si erano tolte la fede nuziale e calate le mutandine solo per aver incontrato quello sguardo? Ma perché essère gretta? Quella era una fantasia erotica, non un processo. Jude sognò che lui coglieva l'espressione di accusa nei suoi occhi e la pregava di concedergli il perdono.

"So di averti fatto del male," le disse.

"Acqua passata," rispose Judith magnanimamente.

"Guardarti adesso..."

"Non fare il sentimentale," lo rimbrottò Judith. "Non voglio sentimento. Voglio te qui."

Aprì le gambe e lasciò che lui intravedesse la nicchia che aveva da offrirgli. Lui non esitò oltre, spostò i veli, salì sul letto e cominciò a spogliarla mentre posava le labbra su quelle di Judith. Chissà perché sapevano di cioccolato. Un'altra stranezza, che non toglieva però ardore ai suoi baci.

Jude si aggrappò ai suoi indumenti, creazioni del sogno: il tessuto blu scuro della sua camicia, i nastri e i bottoni in profusione feticistica, coperti da piccole scaglie come se una famiglia di lucertole avesse sacrificato la propria pelle per vestirlo.

Il corpo di Jude era morbido dopo il bagno, e quando lui si stese sopra di lei e cominciò a strofinarsi, le scaglie le solleticarono lo stomaco e il seno eccitandola oltremisura. Jude gli mise le gambe intorno alla schiena e lui si abbandonò alla stretta baciandola con passione sempre maggiore.

"Quello che abbiamo fatto..." le mormorò mentre la baciava. "Quello che abbiamo fatto..."

Il cuore le teneva sveglia la mente, che saltò di ricordo in ricordo e tornò al libro che aveva trovato nell'appartamento di Estabrook tanti mesi prima: un manuale di posizioni erotiche che, a quel tempo, l'aveva turbata. Nella sua mente s'affacciavano ora le immagini di quegli accoppiamenti: intimità che erano forse possibili soltanto nelle sfrenatezze del sonno. Jude pose la bocca sull'orecchio del suo amante sognato e gli sussurrò che nulla era proibito; che desiderava condividere con lui le sensazioni più forti che erano capaci di inventare. Questa volta lui non sorrise ma si sollevò sulle mani affondate nei cuscini a lato della testa di Judith e la guardò dall'alto con la stessa tristezza che aveva sul viso quando era arrivato.

"Un'ultima volta?" disse.

"Non dev'essere per forza l'ultima," rispose lei, "Io ti posso sempre sognare."

"E anch'io te," disse lui con la massima dolcezza.

Judith raggiunse con la mano la sua cintura e la slacciò, poi gli abbassò i pantaloni con una certa violenza; non voleva essere ostacolata dai bottoni. Ciò che le colmò la mano aveva la morbidezza della seta quanto grezzo era il tessuto che lo celava; era solo parzialmente eretto ma, proprio per questo, ancora più piacevole al tatto. Lo accarezzò. Lui cominciò ad ansimare e chinò la testa verso di lei, le leccò le labbra e i denti, lasciando che la saliva dal sapore di cioccolato fluisse dalla sua lingua nella bocca di lei. Judith alzò i fianchi e spinse la fessura del proprio sesso contro la parte più bassa del suo membro eretto, bagnandola. Lui prese a mormorarle parole che Jude immaginò dolci, dal momento che come la nenia di Concupiscentia erano in una lingua che non comprendeva. Sembravano dolci come la sua saliva e la cullavano come una ninnananna, come se volessero farla scivolare in un sogno dentro il sogno. Quando chiuse gli occhi, sentì che lui le sollevava i fianchi, scostando il pene ingrossato dalle labbra della sua vagina per poi entrare in lei lasciandosi cadere sul suo corpo com'era solito fare.

Le parole dolci cessarono, così come i baci. Lui le pose una mano sulla fronte e con le dita le arricciò i capelli, mentre con l'altra le accarezzava il collo, il pollice che le massaggiava la trachea facendola sospirare. Non gli aveva proibito nulla e non avrebbe annullato quell'invito soltanto perché lui l'aveva penetrata così presto. Jude alzò le gambe, gliele intrecciò sulla schiena e cominciò a insultarlo. Era questo tutto ciò che le sapeva dare, il massimo cui poteva arrivare? Non era duro abbastanza, non era caldo abbastanza. Lei voleva di più. Le spinte dell'uomo si fecero più veloci, il suo pollice le schiacciava la gola, ma non al punto di non consentirle di respirare e di impedirle di continuare con una nuova serie di provocazioni.

"Ti posso fottere all'infinito," le disse con un tono di voce tra l'affettuoso e il minaccioso. "Non c'è nulla che non ti possa far fare. Non c'è nulla che non possa farti dire. Ti posso fottere all'infinito."

Non era certo quello il tipo di conversazione che lei avrebbe gradito fare con un amante in carne e ossa, ma in sogno era piuttosto eccitante. Lasciò che continuasse sullo stesso tono, aprendo braccia e gambe sotto di lui, mentre l'uomo del sogno elencava tutto ciò che le avrebbe fatto, una litania che seguiva il ritmo delle sue labbra. La stanza che il sogno aveva evocato intorno a loro si spaccava qua e là, mentre un'altra si insinuava tra le crepe per andare a occupare lo stesso spazio: quest'altra era più scura di quella di Quaisoir drappeggiata di veli, ed era illuminata da un fuoco che bruciava alla sua sinistra. Il suo amante nel sogno, comunque, non svaniva; rimaneva con lei e in lei, più frenetico che mai nelle sue spinte e nelle sue promesse. Lo osservò sopra di sé e le parve acceso della stessa fiamma che scaldava la sua nudità, il viso contratto e sudato, la lista dei desideri che si sgranava dai denti serrati. Lei sarebbe stata la sua bambola, la sua puttana, sua moglie, la sua Dea; lui le avrebbe riempito ogni buco per tutti i secoli dei secoli; l'avrebbe posseduta, venerata, rivoltata come un guanto. Udendo queste parole, Jude rammentò ancora il libro di Estabrook, e il ricordo la fece sudare come se ogni sua cellula fosse un piccolo bocciolo pronto a schiudersi, il cui profumo avrebbe potuto strappare all'uomo nuovi segni di venerazione. Che giunsero, ora, crudeli e squisiti. Ora lui voleva essere il suo prigioniero, legato a ogni suo capriccio, nutrito dalla sua merda e dal latte che avrebbe strappato ai suoi seni, succhiandoli. Ora lei diventava meno importante degli escrementi che lui poco prima aveva agognato ed egli diventava per lei l'unica speranza di vita. Fottendola l'avrebbe fatta resuscitare. L'avrebbe riempita di un getto ardente fino a farle schizzare gli occhi dalla testa, fino a farla affogare. C'era di più, ma le urla di piacere di Judith diventavano sempre più acute e lei riusciva a sentire sempre meno. Riusciva anche a vedere sempre meno: chiudeva gli occhi di fronte a quelle stanze confuse, illuminate dal fuoco e velate, lasciandosi riempire la testa dalle geometrie che sempre accompagnavano il piacere, forme che rimandavano al suo glifo, dipanato e riavvolto.

E poi, proprio mentre lei stava per raggiungere il primo apice dell'orgasmo, primo di una serie di culmini vertiginosi, lo sentì fremere e le spinte si arrestarono. Non volle credere, almeno all'inizio, che avesse finito. Quello era un sogno, e lei voleva immaginare che lui continuasse come mai succede nella realtà; che continuasse proprio là dove gli amanti in carne e ossa, esaurite le loro promesse, rimanevano col fiatone al suo fianco e cominciavano a scusarsi. Non poteva abbandonarla adesso! Aprì gli occhi. La camera illuminata dal fuoco del camino svanì come erano svanite le fiamme negli occhi di Gentle. Aveva già ritratto il membro, e tutto ciò che sentiva ora in mezzo alle gambe erano le dita di lui che si bagnavano nel liquido che aveva rilasciato. La guardò con indolenza.

"Sono tentato di restare," disse. "Ma ho un sacco di lavoro da fare."

Ma quale tipo di lavoro poteva esistere in un sogno, al di là degli ordini impartiti da chi sogna?

"Non andare," lo implorò.

"Sono sfinito," disse lui.

Stava scendendo dal letto. Lei lo raggiunse. Anche nel sogno il languore del cuscino la pervadeva, ma l'uomo se ne andò svanendo tra i veli prima che le sue dita potessero afferrarlo. Jude sprofondò in uno stato di torpore e seguì la sua figura finché non divenne sempre più indistinta man mano che gli strati di tessuto tra di loro si moltiplicavano.

"Rimani bella," le disse. "Forse ritornerò a cercarti, quando avrò costruito una Nuova Yzordderrex."

Erano parole quasi prive di senso, ma lei non ci badò. Era tutto frutto della sua povera immaginazione e quindi non aveva importanza. Lasciò che sparisse. La figura sembrò fermarsi sulla porta come se volesse guardarsi indietro per l'ultima volta, poi scomparve del tutto. La mente di Judith non l'aveva ancora lasciato scappare, che subito inventò un palliativo. I veli sul fondo del letto si scostarono e apparve Concupiscentia dalle tante code e dallo sguardo affamato. Non aspettò d'essere invitata a entrare, ma salì sul letto con gli occhi fissi sull'inguine di Judith e con la lingua guizzante mentre si avvicinava. Jude sollevò le ginocchia. La creatura abbassò la testa e cominciò a leccare quel che l'amante del sogno aveva lasciato, mentre con i palmi morbidissimi delle sue mani accarezzava le cosce di Judith. Quella sensazióne la rilassò, e Judith osservò attraverso le fessure dei propri occhi instupiditi come Concupiscentia la ripuliva. Prima ancora che avesse finito, il sogno si fece ancora più confuso e, mentre la creatura continuava ad accarezzarla, un altro velo calò, così spesso che fra le sue pieghe Jude perse la vista e i sensi.

 

40

 

I

 

Simili a galeoni che, sospinti dal vento del deserto, navighino a vele spiegate, così le tende dei Dearther offrivano uno spettacolo affascinante viste da lontano; l'ammirazione di Gentle si trasformò però in sgomento man mano che la macchina si avvicinava e le loro dimensioni divennero evidenti. Erano alte quanto una casa di cinque piani e oltre, torri ondeggianti color ocra e rosso scarlatto, rese ancor più vive dal contrasto con la superficie del deserto, ora quasi nera, e con i cieli grigi contro cui si stagliavano e che costituivano il divisorio tra il Secondo Dominio e il mondo ignoto abitato da Hapexamendios. Floccus fermò la macchina a mezzo chilometro dall'accampamento.

"Dovrei andare avanti," disse, "per spiegare chi siamo e cosa facciamo qui."

"Fa' in fretta," gli disse Gentle.

Floccus partì veloce come una gazzella, su un terreno che non era più sabbioso ma costituito da un tappeto siliceo di pietre scheggiate simili ai frammenti lasciati dalla sbozzatura di qualche immensa opera scultorea. Gentle guardò Pie, immobile tra le sue braccia e come immerso in un sonno incantato, la fronte distesa, priva di rughe. Gli accarezzò la guancia fredda. Quanti amici che amava aveva visto morire nei due secoli e più che aveva vissuto sulla terra? Sebbene la sua mente avesse sepolto quei tristi ricordi, non c'erano dubbi che essi avessero lasciato il segno, alimentando il suo terrore per le malattie e indurendogli il cuore via via che gli anni passavano. Forse era sempre stato un donnaiolo e un falsario, un maestro nel simulare le emozioni, ma quella vocazione era davvero così sorprendente in un uomo che istintivamente sapeva che il dramma che consumava l'anima si ripete ciclicamente? Le facce cambiavano in continuazione, ma la sostanza della storia rimaneva invariata. Come amava puntualizzare Klein, l'originalità non esiste. Tutto è già stato detto, già sofferto. Non c'era da meravigliarsi che, per un uomo consapevole di questa verità, l'amore fosse un evento meccanico e la morte solo uno spettacolo da evitare. Né l'uno né l'altra garantivano conoscenze assolute. Erano solo un altro giro sulla giostra, un'altra sfilata confusa di volti sorridenti e di volti afflitti.

Non c'era stata ipocrisia, però, in quello che aveva provato per il mystif, e a ragion veduta. Quando Pie aveva negato se stesso (non sono niente e nessuno, aveva detto all'inizio), Gentle aveva avvertito nelle sue parole l'eco dell'angoscia che lui stesso sentiva, e nel suo sguardo appesantito dagli anni aveva trovato un'anima amica che capiva il dolore senza nome che lo attanagliava. Il mystif l'aveva spogliato delle sue falsità e delle sue ipocrisie, dandogli una prima idea del Maestro che era stato e che sarebbe ancora potuto essere. Si poteva fare del bene con quel potere, ora ne era certo. C'erano fratture da sanare, diritti da ripristinare, nazioni da risollevare e speranze da risvegliare. Aveva bisogno dell'ispirazione del suo compagno, se voleva essere un grande Riconciliatore.

"Ti amo, Pie'oh'pah," mormorò.

"Gentle." Era la voce di Floccus, che lo chiamava dal finestrino. "Ho visto Athanasius. Dice di entrare direttamente."

"Bene, bene!" Gentle spalancò la portiera.

"Vuoi che ti aiuti a portare Pie?"

"No. Ci penso io." Uscì, poi si piegò verso la macchina e prese il mystif.

"Gentle, hai capito che questo è un luogo sacro?" gli chiese Floccus, mentre li conduceva verso le tende.

"Vietato cantare, ballare o scoreggiare, eh? Non fare quella faccia addolorata, Floccus. Ho capito."

Mentre si avvicinavano, Gentle si rese conto che quello che aveva scambiato per un accampamento di tende disposte una vicino all'altra era in realtà una schiera ininterrotta di padiglioni dai tetti spioventi collegati da tende più piccole, tanto che l'insieme assumeva la forma di un'unica bestia dorata fatta di vento e tela.

Tutto, all'interno di quel corpo, era agitato da raffiche di vento. Perfino le pareti più tese erano scosse da tremiti mentre in alto, all'altezza del tetto, strisce di stoffa svolazzavano come le gonne dei dervisci, emettendo un lamento costante. C'era gente in alto, tra le pieghe delle tende: alcuni camminavano sulle corde intrecciate come se fossero su una piattaforma stabile, altri erano seduti di fronte a enormi finestre aperte nel tetto, lo sguardo rivolto al muro del Primo Dominio, come se si aspettassero di esservi convocati da un momento all'altro. Anche in quel caso, non ci sarebbero state corse frenetiche. L'atmosfera era pacata e tranquilla come il moto delle vele che ondeggiavano là in alto.

"Dov'è il dottore?" chiese Gentle a Floccus.

"Non c'è nessun dottore," rispose Floccus. "Seguimi. Ci hanno assegnato un posto dove possiamo adagiare il mystif."

"Ci sarà pure qualche sanitario."

"Ci sono acqua fresca e vestiti. Forse del laudano e roba simile. Ma a Pie non servono. Il suo male non può venir debellato dalle medicine. Solo la vicinanza del Primo Dpminio riuscirà a guarirlo."

"Allora dobbiamo portare Pie fuori di qui immediatamente," disse Gentle. "Dobbiamo portarlo più vicino all'Annullamento."

"Per portarlo ancora più vicino ci vorrebbe una capacità di recupero che né io né te possediamo, Gentle," disse Floccus. "Ora seguimi e abbi rispetto di questo luogo."

Floccus condusse Gentle attraverso il corpo tremolante della bestia fino a una tenda più piccola dov'erano sistemati una dozzina di lettini disadorni, alcuni occupati, ma per la maggior parte vuoti. Gentle depose Pie su uno di quei lettini e cominciò a sbottonargli la camicia, mentre Floccus andava in cerca di acqua fredda per bagnare la pelle ardente del mystif, e di qualcosa da mangiare per sé e per Gentle. Mentre aspettava, Gentle osservò quanto si fosse espansa la macchia; era troppo estesa però perché potesse esaminarla senza dover spogliare completamente Pie, cosa che Gentle era restio a fare con tutte quelle persone estranee nelle vicinanze. Il mystif aveva sempre tenuto alla sua privacy: c'erano volute molte settimane perché Gentle potesse ammirarlo nella sua nudità; voleva rispettare il suo pudore anche in quei momenti di incoscienza. In realtà pochissimi tra coloro che passavano di lì guardavano nella loro direzione, e dopo un po' Gentle sentì allentarsi la morsa della paura. Ormai c'era ben poco da fare. Erano all'estremità dei Domini conosciuti, nel punto in cui si fermavano tutte le mappe e cominciava l'enigma degli enigmi. A cosa serviva la paura di fronte all'imponderabile? Doveva metterla da parte e andare avanti con dignità e ritegno affidandosi alle potenze che abitavano l'aria di quel luogo.

Quando Floccus fu di ritorno con il necessario per lavare Pie, Gentle chiese d'essere lasciato solo ad assolvere quel compito.

"Naturalmente," rispose Floccus. "Ho degli amici qui. Vorrei andare a trovarli."

Non appena se ne fu andato, Gentle cominciò a lavare gli esantemi suppurati da cui non fuoriusciva sangue ma un pus color argento il cui odore gli faceva prudere le narici come ammoniaca. Il corpo di cui la malattìa si stava nutrendo non era soltanto debilitato, ma anche come sfocato; era come se le sue fattezze e i suoi muscoli stessero per evaporare e la carne per dissolversi. Se fosse effetto dell'orticaria o del fatto che la vita stessa del mystif si stava dissolvendo, e con essa la sua capacità di plasmare gli sguardi di coloro che lo circondavano, era una cosa che Gentle non avrebbe potuto dire; ma quella visione lo indusse a ripensare a come gli era apparso quel corpo la prima volta. Come Judith naturalmente; come un assassino difeso dalla sua nudità, e come l'amorevole androgino della loro notte di nozze nella Culla, che per un momento aveva assunto il suo volto e lo aveva fissato come a preannunciare Sartori. Ora il corpo di Pie sembrava fatto di una foschia brunita che sfuggiva persino al tocco della sua mano.

"Sei tu, Gentle? Non sapevo che riuscissi a vedere al buio."

Gentle alzò lo sguardo dal corpo di Pie e lo rivolse alla voce, accorgendosi in quel momento che, mentre lavava il mystif, perduto nei ricordi, era calata la sera. Le luci ardevano ai capezzali vicini, ma non ve n'era alcuna a quello di Pie'oh'pah. Quando rivolse nuovamente lo sguardo al corpo che aveva lavato, riuscì a stento a distìnguerlo nell'oscurità.

"Neanch'io lo sapevo," disse, alzandosi per salutare il nuovo arrivato.

Era Athanasius con una lampada in mano. Alla luce della fiammella, soggetta ai capricci del vento come la tenda sulla loro testa, Gentle vide che era rimasto ferito sul pendio di Yzordderrex. Aveva molti tagli sul viso e sul collo, e una ferita più grande, bluastra, sul ventre. Per un uomo che santificava ogni domenica con una nuova corona di spine, forse quelli erano fastidi ben accetti.

"Sono spiacente di non essere venuto prima a darvi il benvenuto," disse. "Ma con tutti questi morti ho dovuto dedicare molto del mio tempo ai riti funebri."

Gentle non fece alcun commento ma ricominciò a sentire la paura salirgli lungo la spina dorsale.

"Molti soldati dell'Autarca hanno avuto accesso a questo luogo, e ciò mi innervosisce. Temo che qualcuno possa introdursi qui per compiere qualche missione suicida e distruggere tutto. È questo che vuole quella carogna. Visto che sta andando in malora, vuole che tutto il resto vada a fondo insieme a lui."

"Sono sicuro che si preoccupa molto di più di darsi alla fuga," disse Gentle.

"Dove può andare? Tutti ormai si sono ribellati nell'Imagica. Ci sono rivolte armate a Patashoqua, combattimenti corpo a corpo sulla via di Lenten. Ogni Dominio è in subbuglio. Perfino il Primo."

"Il Primo? Cosa stai dicendo?"

"Non hai visto niente? No, naturalmente no. Vieni con me."

Gentle lanciò di nuovo un'occhiata a Pie.

"Il mystif è al sicuro qui," gli disse Athanasius. "Non ci metteremo molto."

Condusse Gentle attraverso il corpo della bestia verso una porta che si aprì su un'oscurità quasi totale. Sebbene Floccus avesse lasciato intendere che avvicinarsi all'Annullamento poteva rivelarsi pericoloso, non ci furono conseguenze di sorta. O era protetto da Athanasius o era in grado di opporsi a qualunque influenza maligna. In un caso o nell'altro poteva osservare lo spettacolo che gli si presentava senza danno.

Non c'era una coltre di nebbia, né un crepuscolo fitto a segnare il confine tra il Secondo Dominio e il regno di Hapexamendios: il deserto scompariva semplicemente nel nulla, simile a un disegno cancellato che dapprima sfumi e poi si scolori mentre i dettagli perdono man mano rilievo. Quella sottile rimozione della realtà concreta, il mondo che veniva spazzato via e sostituito dal nulla, era lo spettacolo più angoscioso che si fosse mai presentato alla vista di Gentle. Né gli era facile evitare di cogliere una somiglianza tra ciò a cui stava assistendo e lo stato del corpo di Pie.

"Avevi detto che l'Annullamento si stava spostando," sussurrò Gentle.

Athanasius scrutò nel vuoto alla ricerca di un segno qualunque ma non riuscì a vedere nulla. "Non accade sempre," disse. "Ma di tanto in tanto s'intravedono delle increspature."

"Succede di rado?"

"Ci sono attestazioni antichissime del fenomeno, ma questa zona non favorisce le ricerche accurate. Qui gli scienziati diventano poeti. Si mettono a scrivere sonetti." Rise.

"Che sensazione ti trasmette tutto ciò?" gli chiese Gentle.

"Mi spaventa," rispose Athanasius. "Perché non sono pronto ad affrontarlo."

"Neanch'io," disse Gentle. "Ma temo che Pie lo sia. Vorrei non essere mai venuto, Athanasius. Forse dovrei portare Pie via di qui, finché sono in tempo."

"Spetta a te decidere," replicò Athanasius. "Ma non credo che il mystif sopravvivrà, se lo sposti. Un uredo è un veleno terribile, Gentle. Se esiste una qualche possibilità di salvare Pie, si trova qui, vicino al Primo Dominio."

Gentle guardò verso l'angosciante panorama di assenza fornito dall'Annullamento.

"Andare incontro al nulla vuol dire salvarsi?" chiese. "Mi sembra che sia più simile alla morte."

"Morte e salvezza possono essere più vicine di quanto pensiamo," disse Athanasius.

"Non voglio sentirti dire queste cose," disse Gentle. "Resti qui fuori?"

"Solo un po'," rispose Athanasius. "Se decidi di andartene ti spiacerebbe passare prima da me, così ci salutiamo?"

"Naturalmente."

Lasciò Athanasius con lo sguardo perso nel vuoto, e tornò dentro, pensando nel frattempo che quello sarebbe stato il momento giusto per andare alla ricerca di un bar dove bere qualcosa di molto forte. Mentre si accingeva a tornare al capezzale di Pie, fu fermato da una voce troppo gracchiante per quel luogo santo e così impastata da far pensare che, chiunque fosse a parlare, il bar l'aveva trovato e prosciugato.

"Gentle, vecchia canaglia!" Era Estabrook, la bocca spalancata in un ampio sorriso, sebbene gli mancasse più di un dente.

"Ho saputo che eri qui e non potevo crederci." Afferrò la mano di Gentle e la strinse. "E invece eccoti qua, in carne e ossa. Chi l'avrebbe mai detto? Noi due qui."

Vivere in un accampamento aveva cambiato Charlie. Non che fosse molto diverso dal cospiratore fallito che Gentle aveva conosciuto alla Collina degli Aquiloni; solo che ora somigliava a un clown, con quei pantaloni a righine variopinti, le bretelle a brandelli e la casacca sbottonata dipinta con mezza dozzina di colori, il tutto coronato da una testa calva e da un sorriso senza denti.

"È così bello vederti!" continuava a ripetere, mostrando vero piacere. "Dobbiamo parlare. E il momento giusto. Stanno andando tutti a meditare sulla loro ignoranza, il che può essere una cosa simpatica per qualche minuto, ma poi diventa noiosa. Vieni con me, dài! Mi hanno dato un posticino tutto per me, per tenermi alla larga."

"Più tardi, forse," rispose Gentle. "Sono con un amico che sta male."

"Ne ho sentito parlare. Un mystif vero? E così che si chiamano?"

"Sì."

"Ho sentito dire che sono straordinari. Molto sexy. Perché non mi porti con te a vedere il paziente?"

Gentle non aveva nessuna voglia di sorbirsi la compagnia di Estabrook più del necessario, ma intuì che questi se la sarebbe data a gambe non appena avesse messo gli occhi su Pie e si fosse reso conto che quella creatura era la stessa che aveva assoldato perché gli uccidesse la moglie. Ritornarono insieme al capezzale di Pie. Floccus era lì con una lampada e del cibo. Con la bocca ancora piena si alzò per essere presentato ma Estabrook quasi non gli badò. Aveva lo sguardo fisso su Pie, la cui testa, rivolta in direzione del Primo Dominio, non era illuminata dalla lampada.

"Vecchia canaglia fortunata," disse a Gentle. "È bella."

Floccus guardò Gentle, per vedere se avrebbe corretto Estabrook, ma Gentle si limitò a scuotere il capo. Era sorpreso di come Pie avesse conservato intatta la sua capacità di rispondere agli sguardi altrui, specialmente ora, guardando il triste spettacolo che gli si presentava: il mystif si smaterializzava sempre più man mano che le ore passavano. S'inginocchiò vicino al letto ed esaminò quei lineamenti che si dissolvevano sul cuscino. Gli occhi di Pie roteavano sotto le palpebre.

"Mi stai sognando?" mormorò Gentle.

"Sta meglio?" s'informò Estabrook.

"Non lo so," rispose Gentle. "Questo è considerato un luogo di guarigione, ma io non ne sono tanto sicuro."

"Credo proprio che dovremmo parlare," disse Estabrook, con l'innaturale nonchalance tipica di chi abbia qualcosa di vitale da rivelare ma non riesca a farlo in presenza di altri. "Perché non fai un salto fuori a prenderti qualcosa da bere? Sono certo che Floccus verrà a cercarti se succede qualcosa di spiacevole."

Floccus borbottò in segno di assenso, e così Gentle si decise a uscire sperando che Estabrook avesse da fargli qualche rivelazione che l'avrebbe aiutato a decidere se doveva andarsene o restare.

"Ci metterò cinque minuti," promise a Floccus, e lasciò che Estai brook lo guidasse attraverso i corridoi illuminati dalle lampade fino a quello che aveva definito il suo posticino.

Era un po' isolato: una piccola tenda che egli aveva personalizzato mettendoci dentro quelle poche cose che si era portato dalla terra. Una camicia con macchie di sangue diventate marroni pendeva dal letto, quasi lacero vessillo di una battaglia memorabile. Sul tavolo accanto al letto erano posati il portamonete, il pettine, una scatola di fiammiferi e delle banconote arrotolate che, insieme a diverse colonne simmetriche di monete, formavano una specie di altare del dio denaro.

"Non è gran che," disse Estabrook. "Ma è una casa."

"Sei prigioniero qui?" chiese Gentle, mentre si sedeva sulla seggiola ai piedi del letto.

"Niente affatto," rispose Estabrook.

Da sotto al cuscino aveva tirato fuori una bottiglietta di liquore, Grazie alle ore trascorse con Huzzah al caffè di Oke T'Noon, Gentle riuscì a riconoscerne il contenuto. Era la linfa fermentata di una pianta palustre del Terzo Dominio, il kloupo. Estabrook ne bevve un sorso abbondante direttamente dalla bottiglia e ciò ricordò a Gentle il giorno in cui, sulla Collina degli Aquiloni, Estabrook si era scolato una bottiglietta intera di brandy. Allora non aveva voluto bere, adesso non rifiutò.

"Me ne potrei andare in ogni momento," continuò. "Ma tra me e me penso: dove potresti andare, Charlie? Dove potrei andare?"

"Potresti ritornare al Quinto Dominio?"

"Perché dovrei farlo, in nome del cielo?"

"Non ti manca, anche solo un po'?"

"Forse un po'. Ogni tanto mi prende una sorta di languida nostalgia e allora mi ubriaco e sogno."

"Che cosa sogni?"

"Per lo più cose che si riferiscono all'infanzia. Piccoli, curiosi dettagli che a un'altra persona non direbbero niente," Riprese la bottiglia e bevve di nuovo. "Ma il passato non ci può essere restituito, quindi perché dannarsi l'anima? Il passato non torna."

Gentle emise un suono vago.

"Non sei d'accordo."

"Non necessariamente."

"Dimmi almeno una cosa che perdura nel tempo."

"Io non..."

"No, va avanti. Dimmene una."

"L'amore."

"Ah! Bene, siamo di nuovo al punto di partenza, vero? L'amore! Sei mesi fa, non posso negarlo, sarei stato d'accordo con te. Non avrei potuto pensarla diversamente quando stavo con Judith. Ma così è. Quando ripenso a quello che ho provato per lei, mi viene da ridere. Ora naturalmente tocca a Oscar essere ossessionato da lei. Prima tu, poi io, poi Oscar. Ma anche lui non sopravvivrà ancora per molto."

"Come puoi dirlo?"

"Ha messo lo zampino in troppe faccende. Finirà male, vedrai se sbaglio. Credo tu conosca la storia della Tabula Rasa."

"No..."

"E perché dovresti?" continuò Estabrook. "Sei stato coinvolto in tutta questa storia tuo malgrado, non è così? Mi sento in colpa, credimi. Non che il riconoscere la mia colpa possa giovare a nessuno dei due, ma voglio che tu sappia che io non mi sono mai reso conto delle conseguenze di ciò che stavo facendo. Altrimenti ti giuro che avrei lasciato Judith in pace."

"Credo che nessuno di noi ne sarebbe stato capace," osservò Gentle.

"Capace di lasciarla sola? No, suppongo che non l'avremmo fatto. Le nostre strade erano già segnate, non è forse così? Bada bene, non sto dicendo che sono del tutto innocente. Non lo sono. Ho fatto delle cosette spregevoli a suo tempo, cose il cui solo pensiero mi mette a disagio. Ma se ripenso alla Tabula Rasa, o se mi paragono a quel pazzo bastardo di Sartori, non sono poi tanto male. E quando ogni mattina guardo fuori il Nulla di Dio..."

"È così che lo chiamano?"

"Diamine no, sono molto più riverenti. Quello è un soprannome che ho coniato io. Ma quando guardo fuori in quella direzione. penso che uno di questi giorni tutti noi finiremo lì, non importa se siamo delle carogne o degli innamorati o degli ubriaconi, non avremo comunque scelta. Tutti, prima o poi, finiremo nel nulla. E sai una cosa? Non me ne frega niente. Tutti abbiamo avuto il nostro tempo, e quando è finito lo è per davvero."

"Ci deve pur essere qualcosa dall'altra parte, Charlie," disse Gentle.

Estabrook scosse il capo. "Tutte fesserie," rispose. "Ho visto un sacco di gente entrare, pregando nell'Annullamento. Dopo pochi passi erano scomparsi. Come se non fossero mai vissuti."

"Ma qui la gente guarisce. Tu sei guarito."

"Oscar mi aveva ridotto male, è vero, e io non sono morto. Ma non sono certo che il fatto di essere qui abbia molto a che fare con quella storia. Pensaci. Se Dio fosse davvero dall'altra parte di quel muro e fosse così smanioso di guarire gli ammalati, non credi che stenderebbe la mano un po' più in là, tanto da porre fine a ciò che sta avvenendo a Yzordderrex? Perché dovrebbe permettere che simili orrori si compiano proprio sotto il suo naso? No, Gentle, non è possibile. Io lo definisco il Nulla di Dio, ma è un nome giusto solo per metà. Dio non c'è. Un tempo, forse..."

La voce stava venendogli meno, ed egli colmò il silenzio bevendo un altro sorso di kloupo.

"Grazie," disse Gentle.

"E di cosa?"

"Di avermi aiutato a prendere alcune decisioni."

"È stato un piacere," disse Estabrook. "È così difficile riuscire a pensare lucidamente con questo vento maledetto che continua a soffiare. Sai tornare da solo dalla tua bella signora, o hai bisogno di me?"

"Troverò la strada," gli rispose Gentle.

 

II

 

Gentle si pentì quasi subito di aver rifiutato l'offerta di Estabrook: dopo alcune svolte si rese conto che i corridoi che percorreva sembravano tutti uguali. Non solo non era più in grado di trovare una strada che lo riportasse al capezzale di Pie, ma non era neanche certo di saper tornare da Estabrook. Scelse un sentiero che lo condusse a una specie di cappella, dove molti Dearther erano inginocchiati davanti a una finestra che si affacciava sul Nulla di Dio. L'Annullamento, immerso nella totale oscurità dell'ora, aveva lo stesso aspetto grigio e vuoto del crepuscolo, meno buio rispetto alla notte, ma pur sempre senza un raggio di luce: la sua nullità era persino più angosciante delle atrocità di Beatrix o delle stanze sigillate del palazzo. Dando le spalle alla finestra e a coloro che pregavano, Gentle continuò a cercare Pie; fu per caso che si ritrovò in quella che riconobbe come la camera in cui giaceva il mystif. Il letto, però, era vuoto. Disorientato, stava per andare a chiedere a uno degli altri pazienti se era nella stanza giusta, quando vide il cibo di Floccus, o piuttosto quello che ne era rimasto, sparso sul pavimento accanto al letto: qualche crosta, una mezza dozzina di ossi ben spolpati. Non c'èrano dubbi che quello fosse proprio il letto di Pie. Ma' dov'era il suo occupante? Guardò gli altri. Erano tutti addormentati o in coma. Gentle, deciso a scoprire la verità, si stava dirigendo verso il letto vicino quando sentì Floccus che lo chiamava alle sue spalle.

"Eccoti finalmente! Ti ho cercato dappertutto..."

"Pie non è nel suo letto, Floccus."

"Lo so, lo so. Sono andato a svuotare la vescica, non ci ho messo più di due minuti e quando sono tornato non c'era più. Intendo il mystif, non la vescica. Ho pensato che potevi averlo portato via tu."

"E perché mai avrei dovuto farlo?"

"Non arrabbiarti. Non gli accadrà nulla di male qui. Fidati."

Dopo la discussione avuta con Estabrook, Gentle non ne era più così sicuro, ma non aveva alcuna intenzione di perdere tempo a litigare con Floccus mentre Pie se ne andava in giro da solo.

"Dove l'hai cercato?" gli chiese.

"Tutt'intorno."

"Ti spiace essere un po' più preciso?"

"Mi sono perso," disse Floccus, esasperato. "Le tende sembrano tutte uguali."

"Sei uscito fuori?"

"No, perché?" L'agitazione di Floccus scomparve. Ciò che trapelò invece fu un profondo sgomento. "Non penserai che si sia diretto all'Annullamento, vero?"

"Non lo sapremo finché non andremo a vedere," disse Gentle. Da che parte sono andato con Athanasius? C'era una porta..."

"Aspetta! Aspetta!" disse Floccus, afferrando Gentle per la giacca. "Non puoi andar là così..."

"E perché no? Sono un Maestro, no?"

"Stanno celebrando dei riti..."

"Non me ne frega un cazzo," disse Gentle, e, senza attendere ulteriori obiezioni da parte di Floccus, si mosse alla volta di quella che sperava fosse la direzione giusta.

Floccus lo seguì trottando al suo fianco e tirando fuori, ogni quattro o cinque passi, nuove argomentazioni tendenti a scoraggiare Gentle. L'Annullamento era inquieto quella notte, disse: pareva che si fossero formate delle fratture. Era pericoloso, forse suicida, vagare nelle vicinanze dell'Annullamento quando era così volubile, a parte il fatto che si trattava di una profanazione. Gentle poteva anche essere un Maestro, ma questo non gli dava il diritto di ignorare che c'era un cerimoniale da seguire per attuare quel che aveva in mente. E poi Gentle era solo un ospite, ben accetto purché obbedisse alle regole. E le regole non erano state scritte per puro passatempo. C'erano delle buone ragioni, se agli estranei non era concesso di oltrepassare quella soglia. Erano ignoranti, e l'ignoranza poteva provocare disastri.

"A che servono le regole, se nessuno capisce veramente cosa succede là fuori?" disse Gentle.

"Ma noi lo capiamo! Capiamo questo luogo. Questo è il luogo dove ha inizio Dio."

"Quindi, se l'Annullamento mi uccidesse, sai già cosa scrivere nel mio necrologio. Gentle ha trovato la fine là dove Dio ha inizio."

"Non è divertente, Gentle."

"Sono d'accordo."

"È una questione dì vita o di morte."

"Sono d'accordo."

"Allora perché ti comporti così?"

"Perché il mio posto è con Pie, dovunque lui sia. Credevo che perfino uno di vista corta e di mente tarda come te potesse rendersene conto!"

"Stai dicendo che sono miope e stupido?"

"Tu l'hai detto."

Erano giunti alla porta che Gentle aveva oltrepassato insieme ad Athanasius. Era aperta e non c'era nessuno di guardia.

"Voglio solo dire... " ricominciò Floccus.

"Lascia perdere, Floccus."

"... che è stata un'amicizia troppo breve," concluse l'uomo, prendendo Gentle alla sprovvista. "Non compiangermi, non sono ancora morto," disse dolcemente.

Floccus non replicò, ma si scostò dalla porta aperta, lasciando che Gentle l'oltrepassasse da solo. Fuori, l'aria notturna era calma, e il vento ormai poco più che una brezza. Gentle esplorò il luogo, a destra e a sinistra. Ovunque c'erano persone in adorazione, inginocchiate nelle tenebre, il capo chino come se stessero meditando sul Nulla di Dio. Non volendo disturbarle, si mosse il più cautamente possibile sul terreno irregolare, ma le piccole schegge di pietra che calpestava saltavano e rotolavano man mano che si avvicinava, quasi a voler annunciare il suo arrivo. Non fu questa l'unica reazione alla sua presenza. L'aria che espirava, e che aveva usato spesso a scopi letali, diventava scura non appena fuoriusciva dalle sue labbra: una nuvoletta percorsa da qualche filo rosso vivo. Quei respiri non si disperdevano, ma scendevano, còme appesantiti dalla loro velenosità, ad avvolgergli il torso e le gambe come vesti funebri. Non cercò di scrollarseli di dosso nemmeno quando gli nascosero la vista del terreno, costringendolo a rallentare il passo. Non dovette scervellarsi troppo per scoprire quale fosse la loro funzione. Adesso che era lontano da Athanasius, l'aria non era certo intenzionata a permettergli di camminare come un uomo innocente alla ricerca di un amore errante. Rivestita di nero, accompagnata dal rullo dei tamburi, si rivelava lì la sua natura più profonda: era un Maestro con un potere omicida sulle labbra, cosa che non poteva restare a lungo nascosta all'Annullamento e a coloro che stavano meditando in quel luogo.

Il suono provocato dalle pietre che saltavano aveva distratto dalla contemplazione molti di coloro che pregavano: ora, alzato lo sguardo, si ritrovavano davanti una figura minacciosa. Uno di loro, l'unico inginocchiato vicino al sentiero battuto da Gentle, si alzò in preda al panico e fuggì via, invocando con preghiere la protezione divina. Un altro cadde prostrato, singhiozzando. Per non intimorirli oltre con lo sguardo, Gentle rivolse gli occhi al Nulla di Dio, esaminando il terreno vicino al confine tra la terra solida e il vuoto, in cerca di qualche traccia di Pie'oh'pah. La vista dell'Annullamento non lo angosciava più come la prima volta che era uscito a guardarlo con Athanasius. Vestito com'era, e annunciato a quel modo, si presentò al cospetto del vuoto come un uomo dotato di potere. L'aver fondato i riti della Riconciliazione doveva averlo riconciliato con quel mistero. Non aveva nulla da temere.

Quando i suoi occhi videro Pie'oh'pah, egli si trovava a trecento o quattrocento metri dalla porta; l'assemblea di coloro che erano in meditazione si era ridotta a pochi coraggiosi allontanatisi dal nucleo principale in cerca di solitudine. Alcuni si erano ritirati non appena l'avevano visto avvicinarsi; qualche altro, più coraggioso, aveva continuato a pregare, senza degnare di uno sguardo lo straniero. Così avvolto in quell'alito nero, satanico, Gentle temeva che Pie non l'avrebbe riconosciuto, e cominciò a chiamarlo ad alta voce. Ma il suo appello rimase senza risposta. Sebbene la testa di Pie non fosse che una macchia scura nelle tenebre, Gentle sapeva su che cosa erano fissi i suoi occhi pieni di desiderio: sull'enigma che guidava i suoi passi al modo in cui un precipizio può guidare i passi di un suicida. Gentle affrettò il passo, acquistando un impeto tale da spostare grosse pietre man mano che procedeva. Nonostante nulla lasciasse pensare che Pie avesse fretta, Gentle temeva che, una volta che si fosse trovato tra la terra solida e il nulla, potesse accadere l'irreparabile.

"Pie!" gridò, continuando a camminare. "Riesci a sentirmi? Ti prego, fermati!"

Le parole scesero su Pie, ma non ebbero alcun effetto su di lui finché Gentle non trasformò la sua richiesta in un ordine.

"Pie'oh'pah. È il tuo Maestro che ti parla. Fermati."

Il mystif inciampò non appena Gentle ebbe parlato, quasi che quell'ordine avesse posto un ostacolo sul suo cammino. Un piccolo suono di paura, quasi animalesco, gli uscì dalla bocca. Ma fece come gli aveva ordinato colui che era stato una volta il suo padrone e si fermò dov'era, come un servo obbediente, aspettando di essere raggiunto dal Maestro.

Gentle era a dieci passi da lui e notò che il processo di disfacimento aveva ormai raggiunto uno stadio avanzato. Pie era un'ombra che a stento si distingueva dalle altre: era impossibile decifrarne i lineamenti, il suo corpo non aveva più consistenza. Se Gentle voleva una prova ulteriore per convincersi che l'Annullamento non era un luogo di guarigione, gli bastò guardare l'uredo, divenuto più solido del corpo da cui aveva tratto alimento, le sue macchie livide che s'accendevano a intermittenza come carboni investiti da raffiche di vento.

"Perché hai lasciato il letto?" chiese Gentle, rallentando il passo ora che aveva raggiunto il mystif. Pie sembrava così ir consistente da far temere a Gentle che un movimento violento potesse disperderlo. "Non c'è niente al di là dell'Annullamento di cui tu abbia bisogno, Pie. La tua vita è qui con me."

Il mystif aspettò un po' prima di rispondere. Quando lo fece, la sua voce era eterea come le sue fattezze, una supplica flebile, esausta, proferita da uno spirito sull'orlo del crollo totale. "Non mi rimane più vita, Maestro," disse.

"Lascia che sia io a giudicarlo. Ho giurato a me stesso che non ti avrei più lasciato, Pie. Voglio prendermi cura di te, farti del bene. È stato un errore portarti qui, ora me ne rendo conto. Mi spiace averti fatto soffrire, ma ti salverò..."

"Non è stato un errore. Tu qui hai ritrovato delle ragioni per cui vivere."

"Sei tu la mia ragione, Pie. Non conoscevo me stesso fino a quando tu non mi hai trovato, e senza di te scorderò di nuovo la mia identità."

"No, non succederà," disse Pie, il vago profilo della testa rivolto nella direzione di Gentle. Sebbene non ci fosse alcun bagliore a indicare dove si fosse posato il suo sguardo, Gentle sapeva che lo stava guardando. "Tu sei il Maestro Sartori. Il Riconciliatore dell'Imagica." Esitò un istante. Quando la voce tornò, era più debole che mai. "E sei anche il mio padrone, mio marito, il mio fratello più caro... Se mi ordini di restare, resterò. Ma se mi ami, Gentle, allora ti prego... lasciami andare."

Difficilmente la richiesta avrebbe potuto essere più semplice o esplicita, e se Gentle fosse stato sicuro che dall'altra parte dell'Annullamento c'era un Eden pronto ad accogliere lo spirito di Pie, avrebbe permesso che il mystif ci andasse, per quanto angoscioso potesse essere per lui quel passo. Ma era convinto del contrario, ed era pronto a ribadirlo anche ora che si trovava così vicino al vuoto.

"Non è il Paradiso, Pie. Forse Dio è lì, forse no. Ma fino a quando non lo sapremo..."

"Perché non mi permetti di andare e non lasci che me la cavi da solo? Non ho paura. È in quel Dominio che la mia gente è stata creata, e io voglio vederlo." Per la prima volta Gentle avvertì nelle sue parole un impeto di passione. "Sto morendo, Maestro. Ho bisogno di sdraiarmi e dormire."

"Cosa succederà se non trovi niente, Pie? Se c'è solo il vuoto?"

"Meglio l'assenza che la sofferenza."

Questa risposta tacitò del tutto Gentle. "Allora sarà meglio che tu vada," disse, cercando di trovare il modo più dolce possibile per lasciarlo andare, ma incapace di mascherare con frasi fatte la desolazione che gli attanagliava l'animo. Per quanto fosse desideroso di risparmiare a Pie ogni tipo di sofferenza, la compassione che provava non era più forte del suo bisogno di lui; Gentle non riusciva ad annullare del tutto il senso di possesso che, pur ripugnandogli, faceva parte dei suoi sentimenti verso quella creatura.

"Avrei voluto fare con te, Maestro, quest'ultimo lungo viaggio," disse Pie. "Ma tu hai un'impresa da portare a termine. Una grande impresa."

"E come potrò riuscirci senza di te?" chiese Gentle, consapevole di quanto fosse meschina quella manovra. Non voleva lasciar morire il mystif senza aver tentato prima il tutto per tutto per impedirgli di andarsene.

"Non sei solo," disse Pie. "Hai conosciuto Sua Rozzezza e Scopique. Entrambi hanno preso parte all'ultimo sinodo e sono disposti a lavorare con te al progetto della Riconciliazione."

"Sono dei Maestri?"

"Adesso sì. L'ultima volta che li ho visti erano novizi, ma ora sono ben preparati. Opereranno ciascuno nel proprio Dominio mentre tu ti occuperai del Quinto."

"Hanno atteso tutto questo tempo?"

"Sapevano che saresti venuto. Se non fossi stato tu, ci sarebbe stato qualcun altro al tuo posto."

Li aveva trattati così male, pensò Gentle, soprattutto Sua Rozzezza.

"Chi rappresenterà il Secondo Dominio?" chiese. "E il Primo?"

"C'era un Eurhetemec, a Yzordderrex, che avrebbe dovuto occuparsi del Secondo Dominio, ma è morto. Era vecchio e non poteva aspettare ancora. Ho chiesto a Scopique di trovare qualcuno che lo sostituisca."

"E chi ci sarà qui?"

"Avevo sperato di avere io quest'onore, ma ora dovrai trovare qualcun altro al mio posto. Non avere quello sguardo smarrito, Maestro, ti prego. Un tempo sei stato un grande Riconciliatore..."

"Ho fallito. A che cosa è valso?"

"Non fallirai una seconda volta."

"Non conosco neanche i riti."

"Ti ritorneranno in mente, dopo un po'."

"E come?"

"Tutto quello che ci siamo detti, tutto ciò che abbiamo fatto e provato è ancora lì che ti aspetta, a Gamut Street. I nostri preparativi, i nostri discorsi. Persino io."

"Il ricordo non basta, Pie."

"Lo so..."

"Ti voglio vero. E ti voglio... per sempre."

"Forse quando l'Imagica ritornerà unita e il Primo Dominio aprirà le sue porte, mi ritroverai."

C'era un'ombra di speranza in quelle parole, pensò Gentle, sebbene non fosse sicuro che sarebbe bastata a placare la sua disperazione quando il mystif fosse scomparso.

"Posso andare, ora?" chiese Pie.

Mai sillaba era stata più difficile da pronunciare di quella che Gentle fece seguire a quella domanda.

"Sì," disse.

Il mystif alzò la mano, ormai ridotta a una nuvoletta a forma di cinque dita e la posò sulle labbra di Gentle. Il Maestro non avvertì alcun contatto fisico, ma il cuore gli balzò nel petto.

"Non mi stai perdendo," disse Pie. "Credilo."

Poi le dita abbandonarono le labbra e il mystif si allontanò da Gentle in direzione dell'Annullamento. Mancavano una decina di metri e, a mano a mano che la distanza diminuiva, il cuore di Gentle, che già gli martellava in petto, dopo il tocco di Pie, prese a pulsare ancora più forte. Pur sapendo di non poter più revocare la libertà che gli aveva concesso, Gentle dovette lottare con se stesso per impedirsi di seguire Pie e ritardare così la sua partenza anche solo di un altro momento: voleva sentire la sua voce, stargli accanto, essere l'ombra della sua ombra.

Pie non si voltò indietro, ma continuò, con crudele tranquillità, a percorrere quella terra di nessuno al confine tra la realtà concreta e il nulla. Gentle si rifiutò di distogliere lo sguardo e continuò a fissarlo con una risolutezza più provocatoria che eroica. Il nome si adattava alla perfezione al luogo. Man mano che il mystif avanzava veniva cancellato, come uno schizzo che una volta assolto il suo scopo venga cancellato dalla pagina. Ma, mentre uno schizzo, per quanto meticolosamente possa essere cancellato, lascia sempre una qualche traccia a testimoniare l'errore dell'artista, la scomparsa di Pie fu totale. Se il mystif non fosse stato così ben impresso nella memoria di Gentle - quel libro tanto inattendibile - si sarebbe potuto pensare che non fosse mai esistito.

 

41

 

Quando ritornò verso l'accampamento, trovò cinquanta persone o forse più che, raccolte davanti all'ingresso, avevano gli occhi puntati su di lui; tutte naturalmente avevano assistito, anche se a distanza, a quanto era appena successo. Non ci fu neppure un colpo di tosse fino a quando Gentle non fu passato loro davanti; poi cominciarono i bisbigli, simili al ronzio di uno sciame di insetti. Non avevano niente di meglio da fare che spettegolare sul suo dolore? Prima lasciava quel posto, meglio era. Subito dopo aver salutato Estabrook e Floccus se ne sarebbe andato.

Ritornò al letto di Pie nella speranza che il mystif gli avesse lasciato qualche ricordo, ma l'unica traccia che testimoniava della sua presenza lì era il cuscino, incavato nel punto in cui aveva poggiato la testa. Avrebbe voluto stendersi su quel letto per qualche istante, ma c'era troppa gente perché potesse concedersi un tale lusso. Solo quando fosse stato lontano avrebbe potuto dar sfogo al dolore.

Mentre si preparava a partire, arrivò Floccus, il piccolo corpo contratto come quello di un pugile che cerchi di prevedere il colpo dell'avversario.

"Spiacente di interromperti," disse. •

"Sarei venuto a cercarti comunque," replicò Gentle. "Per ringraziarti e dirti addio."

"Prima che tu te ne vada," disse Floccus, sbattendo freneticamente le palpebre, "devo riferirti un messaggio." Sudava freddo, aveva il volto pallido e incespicava nel parlare.

"Mi spiace d'essermi comportato male prima," disse Gentle, nel tentativo di tranquillizzarlo. "Hai fatto il possibile e io per tutta risposta sono stato odioso."

"Non c'è bisogno che ti scusi."

"Pie era destinato ad andare e io a restare. È così che vanno le cose."

"Sono contento che tu sia tornato," disse Floccus con eccessivo entusiasmo. "Dico davvero, Maestro."

Dal modo in cui pronuciò la parola Maestro, Gentle capì il senso di quella sceneggiata.

"Hai paura di me, Floccus?" chiese. "È così, vero?"

"Io paura? Ah, ah! Sì. In un certo senso, sì. Quello che è avvenuto lì fuori, tu che sei andato così vicino all'Annullamento senza esserne risucchiato, e come sei cambiato..." Gentle si rese conto di essere ancora avvolto in un manto nero che si disperdeva lentamente, lasciando intorno ai suoi arti dei fili di fumo. "Tutto questo mi fa vedere le cose sotto una luce nuova. Non avevo capito, ti chiedo perdono. Sono stato stupido, ma non mi ero reso conto che possedevi un simile potere. Se ti ho offeso in qualche modo..."

"Non l'hai fatto."

"A volte sono un superficiale."

"Sei stato una buona compagnia, Floccus."

"Grazie, Maestro. Grazie davvero."

"Smettila di ringraziarmi, te ne prego."

"Sì, va bene. Grazie."

"Hai detto che avevi un messaggio per me."

"Ho detto questo? Ah, sì."

"Da parte di chi?"

"Athanasius. Vorrebbe vederti."

Era lui la terza persona da salutare, pensò Gentle. "Conducimi da lui, allora," disse, e Floccus, ormai risollevato per essere sopravvissuto a quel colloquio, lo portò lontano dal letto vuoto.

 

Nei pochi minuti che furono necessari per attraversare la tenda, il vento, che al crepuscolo aveva quasi smesso di soffiare, si alzò di nuovo, con rinnovata violenza. Quando Floccus fece entrare Gentle nella stanza in cui era ad attenderlo Athanasius, il vento scuoteva ormai con impeto le pareti. A ogni raffica le lampade posate sul pavimento tremavano; grazie alla loro luce vacillante Gentle constatò quanto fosse malinconico il luogo che Athanasius aveva scelto per il commiato. Era una camera mortuaria: il pavimento era cosparso di corpi avvolti in ogni sorta di stracci e lenzuola funebri, alcuni fasciati con cura, la maggior parte a malapena coperti. Ulteriore prova, se ancora ce ne fosse stato bisogno, di come quel posto non fosse affatto un luogo di guarigione. Ma Gentle non si trovava lì per fare della teoria. Non era quello né il momento né il luogo adatto per mandare in frantumi la fede di quegli uomini, certo non con quel vento che picchiava alle pareti e con tutti quei morti ai piedi.

"Vuoi che resti?" chiese Floccus ad Athanasius, non credendo, chiaramente, di poter sfuggire.

"No, no, devi assolutamente andare," gli rispose l'altro.

Floccus si voltò verso Gentle e accennò un inchino.

"E stato un onore, signore," disse, poi batté in ritirata.

Quando Gentle posò nuovamente lo sguardo su Athanasius, vide che l'uomo aveva raggiunto l'angolo estremo della stanza, gli occhi fìssi al pavimento su uno dei corpi avvolti nel lenzuolo funebre. Athanasius era vestito in modo consono al luogo: la tunica chiara che aveva indossato prima era stata sostituita da abiti di un blu scurissimo, praticamente neri.

"E così, Maestro..." disse. "Cercavo un Giuda tra noi, ma non avevo fatto i conti con te. E stata una mancanza da parte mia, non è così?"

Parlava con un tono colloquiale, la qual cosa rese la sua affermazione due volte ambigua.

"Cosa intendi dire?" chiese.

"Intendo dire che sei entrato con l'inganno nelle nostre tende e ora ti aspetti di uscirne senza pagare il prezzo della profanazione."

"Non c'è stato alcun inganno," disse Gentle. "Il mystif era malato e io ho pensato che qui avrebbe potuto essere guarito. E mi scuserai se ho mancato di osservare le formalità. Non avevo il tempo di seguire una lezione di teologia."

"Il mystif non è mai stato malato. O, se lo era, sei stato tu a farlo ammalare per poterti infiltrare qui dentro. Risparmiami le tue proteste. Ho visto ciò che hai combinato là fuori. Cosa farà il mystif? Un rapporto su di noi all'Imperscrutato?"

"Di che cosa mi accusi esattamente?"

"Continuo a chiedermi: vieni dal Quinto Dominio o anche questo fa parte del complotto?"

"Non c'è nessun complotto."

"Ho sentito che nel Quinto rivoluzione e teologia sono cattivi compagni di letto, il che mi sembra strano. Com'è possibile che l'una sia disgiunta dall'altra? Se vuoi modificare, anche solo in minima parte, il tuo stato, devi aspettarti che, presto o tardi, le conseguenze della tua decisione arrivino alle orecchie delle divinità, e in quel caso devi essere pronto a dare delle spiegazioni."

Gentle rimase ad ascoltarlo chiedendosi se non sarebbe stato più semplice uscire dalla stanza, lasciando Athanasius ai suoi vaniloqui. Ovviamente nulla di quanto stava dicendo aveva senso. Eppure doveva aver pazienza: gli era debitore, forse, non foss'altro che delle sagge parole che aveva pronunciato alle nozze.

"Tu credi che io sia coinvolto in qualche cospirazione," disse Gentle. "È così, vero?"

"Io credo che tu sia un assassino, un bugiardo e un agente dell'Autarca," gli disse Athanasius.

"Proprio tu osi definirmi un bugiardo? Chi è stato a persuadere con l'inganno tutte queste povere anime che qui sarebbero potute guarire? Chi è stato, tu o io? Guardale!" Gentle indicò le file di corpi sparsi sul suolo. "Lo chiami guarire, questo? Io no. E se avessero il fiato..."

Si chinò e strappò via il lenzuolo che ricopriva la salma più vicina. Il volto che fu svelato apparteneva a una bella donna. Aveva gli occhi aperti, vitrei. Anche la faccia era vitrea e dipinta. Scolpita, dipinta e vitrea. Tirò ancora un po' il lenzuolo e, mentre lo faceva, sentì risuonare la risata dura, priva di gioia, di Athanasius. Racchiuso nell'incavo del braccio della donna c'era un bambino, pure dipinto. Un'aureola dorata gli ornava il capo e la manina era alzata, come benedicente.

"Sembra proprio che riposi," disse Athanasius. "Ma non lasciarti ingannare. Non è morta."

Gentle si avvicinò a un altro corpo e lo scoprì. Sotto c'era un'altra Madonna scolpita, più barocca della prima, lo sguardo rivolto verso l'alto, in estatico delirio. Il lenzuolo gli scivolò dalle mani.

"Ti senti debole, Maestro?" chiese Athanasius. "Sai mascherare la paura molto bene, ma non m'inganni."

Gentle si guardò intorno ancora una volta. C'erano almeno trenta corpi sparsi un po' ovunque. "Sono tutte Madonne?" chiese.

Scambiando per ansia la perplessità di Gentle, Athanasius disse: "Ora comincio a leggere la paura sul tuo viso. Questo suolo è consacrato alla Dea."

"Perché?"

"Perché la tradizione dice che in prossimità di questo luogo è stato commesso un grande crimine contro il sesso femminile. Una donna del Quinto Dominio è stata violentata qui vicino, e lo spirito della Madre Santa ha dichiarato sacro ogni suolo insozzato da un tale delitto." Athanasius si inginocchiò e scoprì un'altra statua, che toccò con riverenza. "Lei è qui con noi," disse. "In ogni statua. In ogni pietra. In ogni raffica di vento. Ci benedice perché abbiamo osato avvicinarci così tanto al Dominio del suo nemico."

"Quale nemico?"

"Non ti è concesso pronunciare il suo nome senza inginocchiarti, vero?" disse Athanasius. "Hapexamendios, il tuo Signore, l'Imperscrutato. Confessalo. Cos'hai da perdere? Conosci il mio segreto adesso, e io conosco il tuo. Ormai siamo entrambi trasparenti. A ogni modo, ho ancora una domanda da farti prima che te ne vada..."

"Quale?"

"Come sei riuscito a scoprire che adoriamo la Dea? Te l'ha detto Floccus o Nikaetomaas?"

"Non me l'ha detto nessuno. Non lo sapevo e non me ne importa niente." Avanzò verso di lui, "Non ho paura delle tue Vergini, Athanasius."

Ne prese una a caso, lì vicino, e la scoprì completamente, dalla corona di stelle che le ornava il capo al gruppo di nuvolette che le attorniava i piedi. Aveva le mani raccolte in preghiera. Chinandosi come aveva fatto Athanasius, Gentle appoggiò la mano sulle dita congiunte della statua.

"Per quel che vale," disse. "Penso che siano belle. Ero anch'io un artista un tempo."

"Sei forte, Maestro, voglio dirtelo. Pensavo che la nostra Signora ti avrebbe messo in ginocchio."

"Prima pensavi che dovessi inginocchiarmi al cospetto di Hapexamendios, ora della Vergine."

"Nel primo caso sarebbe stato per fedeltà, nel secondo per timore."

"Spiacente dì deluderti, ma le gambe sono mie. Sarò io a decidere quando inginocchiarmi. Se mai lo farò."

Athanasius parve perplesso. "Penso che in parte tu sia convinto di ciò che dici," disse.

"Certo che lo sono. Non so di quale complotto tu mi accusi, ma ti giuro che non esiste nessun complotto."

"Forse sei Suo schiavo più di quanto io stesso pensassi," disse Athanasius. "Forse sei all'oscuro del Suo proposito."

"Oh no," disse Gentle. "So qual è il compito che mi è stato affidato, e non vedo il motivo per cui dovrei vergognarmene. Se sono in grado di riconciliare il Quinto Dominio, lo farò. Voglio che l'Imagica ritorni unita, e pensavo che anche tu lo volessi. Potrai visitare il Vaticano. È pieno di Madonne."

Come se si fosse infuriato a quelle parole, il vento cominciò a picchiare contro le pareti con rinnovato impeto, tanto che una raffica entrò nella stanza sollevando molte delle lenzuola più leggere e spegnendo una lampada.

"Non riuscirà a salvarti," disse Athanasius, certamente convinto che il vento fosse venuto a portar via Gentle. "Né ci riuscirà la tua ignoranza, se è stata quella a preservarti finora dal male." Guardò ancora i corpi che aveva continuato a esaminare fin da quando Floccus se n'era andato. "Signora, perdonaci," disse, "per aver agito così in tua presenza."

Quelle parole sembrarono un segnale. Quattro sagome si mossero, si misero a sedere e scoprirono la testa. Non erano delle Madonne, queste. Erano uomini è donne Dearth che impugnavano spade a forma di falci di luna. Athanasius si girò a guardare Gentle.

"Vuoi accettare la benedizione della nostra Signora prima di morire?" chiese.

Gentle udì qualcuno dietro di lui intonare una preghiera. Diede uno sguardo attorno e vide altri tre assassini, due dei quali armati nello stesso modo stravagante, il terzo una ragazza non più vecchia di Huzzah, a seno scoperto e con il volto di daina che guizzava tra le file di corpi, scoprendo man mano le statue. Non ce n'erano due uguali. C'erano Vergini di pietra, di legno, di gesso. Alcune erano state sbozzate con tale rozzezza da essere a stento riconoscibili, altre invece erano così finemente intagliate e rifinite che sembravano perfino respirare. Anche se soltanto qualche istante prima Gentle aveva posato la mano su una di quelle statue senza avvertire alcun dolore, lo spettacolo che aveva dinanzi adesso lo fece quasi svenire. Che Athanasius sapesse qualcosa circa i Maestri di cui lui non era al corrente? Possibile che fosse in qualche modo soggiogato da quelle immagini nello stesso modo in cui, in una vita precedente, era rimasto incantato alla vista di una donna nuda o che prometteva di scoprirsi? Quale che fosse il mistero, non avrebbe permesso ad Athanasius di ucciderlo mentre cercava di scoprirlo. Fece un respiro profondo e si portò la mano alla bocca mentre Athanasius prendeva un'arma e si dirigeva velocemente verso di lui. Il suo respiro si rivelò più veloce della spada. Gentle rilasciò lo pneuma, investendo col suo alito non direttamente Athanasius ma il terreno. Le pietre si sollevarono frantumandosi, Athanasius cadde all'indietro colpito da quella scarica. L'arma gli scivolò mentre si prendeva il viso tra le mani, gridando tanto per la rabbia quanto per il dolore. Anche se c'era un ordine nei suoi strepiti, i suoi assassini non lo udirono o quanto meno lo ignorarono.

Si mantennero a rispettosa distanza da Gentle mentre questi si dirigeva verso il loro capo ferito, circondato da un turbine grigio di frammenti di pietra polverizzata. Athanasius era sdraiato su un fianco, appoggiato sul gomito. Gentle si piegò accanto a lui e, con molta attenzione, gli tolse le mani dal volto. Il prete aveva un taglio profondo sotto l'occhio sinistro e un altro sopra quello destro. Sanguinavano molto entrambi, al pari di una ventina di altri tagli più piccoli. Nessuno comunque avrebbe potuto essere fatale a un uomo che si ricopriva di ferite come altri si ricoprono di gioielli. I tagli sarebbero guariti e sarebbero andati ad aggiungersi alle altre cicatrici.

"Richiama i tuoi assassini, Athanasius," gli disse Gentle. "Non sono venuto qui per fare del male a nessuno, ma se mi costringerai li ucciderò tutti. Mi hai capito?" Lo sollevò e lo fece piegare ai suoi piedi. "Ora richiamali."

Athanasius si liberò della stretta di Gentle e guardò i suoi uomini attraverso i rivoli di sangue che gli appannavano la vista.

"Fatelo passare," disse. "Sarà per un'altra volta."

Gli assassini schierati tra Gentle e la porta si separarono per lasciarlo passare, ma nessuno di loro abbassò o ripose l'arma. Gentle si alzò e si allontanò da Athanasius, fermandosi solo per un'ultima osservazione.

"Non vorrei mai essere costretto a uccidere l'uomo che ha celebrato le mie nozze con Pie'oh'pah," disse. "Perciò, prima che tu mi segua, esamina le prove contro di me, quali che siano. E scruta nel tuo cuore. Non sono un tuo nemico. Ciò che voglio è solo salvare l'Imagica. Non è quello che anche la tua Dea desidera?"

Forse Athanasius avrebbe voluto rispondergli, ma ci mise troppo tempo. Prima che potesse aprire bocca si udì un grido proveniente da fuori e, un momento dopo, un altro, un altro ancora, in tutto una dozzina: tutte grida di dolore e di panico, che le folate di vento trasformavano in stridori martellanti.

Gentle si girò verso la porta e tutta la stanza fu nella morsa del vento; quando tentò di uscire, una delle pareti si sollevò come afferrata da una mano titanica e si mosse nell'aria. Il vento, portando il suo carico di urla, invase la stanza scaraventando a terra le lampade che, nel rotolare, sparsero il petrolio ovunque. Catturato dalle stesse fiamme che aveva alimentato, il combustibile s'incendiò, dando origine a palle di fuoco, alla cui luce Gentle vide dappertutto scene di caos. Gli assassini vennero scaraventati a terra come le lampade, incapaci di contrastare la furia del vento. Ne vide uno, la donna, trafitta dalla sua stessa spada. Un altro, spinto nel fuoco appiccato dal combustibile, fu immediatamente divorato dalle fiamme.

"Quali forze hai invocato?" urlò Athanasius.

"Tutto questo non è opera mia," gli rispose Gentle. Athanasius gli lanciò qualche altra accusa che fu però interrotta dal crescere della furia. Un'altra parete della stanza fu strappata di lì a poco e i suoi brandelli si librarono nell'aria come un sipario che s'aprisse su uno scenario di catastrofe. La tempesta aveva colpito anche le altre tende, sventrando la gloriosa bestia scarlatta in cui Gentle si era introdotto con tanto riverente timore. Parete dopo parete, tutto fu ridotto in brandelli o strappato con forza dal suolo, mentre le corde e i picchetti che avevano sorretto le tende volavano come armi letali. Se ne intravedeva la causa: il muro dell'Annullamento, fino a quel momento privo di tratti distintivi, aveva ora assunto una fisionomia ben definita. Era torbido, come il cielo che Gentle aveva visto sotto il Cardine: un vortice originato forse da una crepa nell'Annullamento. Quella vista dava un senso alle accuse di Athanasius. Che, minacciato da assassini e Madonne, egli avesse involontariamente evocato qualche essere dal Primo Dominio perché lo proteggesse? In questo caso doveva trovarlo e sottometterlo, prima di essere costretto ad aggiungere altre vittime innocenti alla lista di coloro che già erano morti a causa sua.

Gli occhi fissi allo squarcio nella tenda, Gentle lasciò la stanza e si diresse verso l'Annullamento. Il sentiero da percorrere era lo stesso che veniva battuto dall'uragano. I detriti venivano sospinti avanti e indietro, la tempesta si abbatteva sui luoghi già distrutti al primo assalto per riagguantare i sopravvissuti e scaraventarli in aria come fossero sacchi di piume sanguinanti, e farli a pezzi. Le raffiche portavano una pioggia rossa che schizzò Gentle, fino a quel momento non sfiorato da quel potere che stava invece condannando a morte tutti gli uomini e le donne intorno a lui. Non riusciva neppure a farlo cadere. Il motivo? Il suo respiro, lo stesso respiro che Pie aveva una volta definito fonte di ogni magia. Il manto protettivo del suo respiro avvolgeva Gentle, proteggendolo dalla tempesta senza intralciarne il cammino e prestandogli una massa che andava ben oltre quella della sua carne e delle sue ossa.

A metà strada, Gentle si guardò indietro per vedere se dal luogo delle Madonne venisse qualche segno di vita. Era facile individuarlo, perfino in mezzo a quella carneficina. Il fuoco bruciava alimentato dall'impeto del vento, ma sebbene l'aria fosse anche piena di sangue e di schizzi, Gentle notò che molte statue erano state rimosse dai loro letti di pietra e formavano ora un cerchio in cui avevano trovato rifugio Athanasius e parecchi suoi seguaci. La protezione che potevano offrire le statue era ben poca cosa rispetto a quella furia devastante, pensò Gentle, eppure molti sopravvissuti si trascinavano in quella direzione, lo sguardo fìsso alle Madri Sante.

Gentle si voltò di nuovo e riprese il cammino verso l'Annullamento. I suoi occhi si posarono allora su un'altra anima, abbastanza forte da riuscire a resistere all'assalto: si trattava di un uomo rivestito di panni dello stesso colore delle tende ormai lacere, seduto a terra con le gambe incrociate a non più di venti metri dalla fonte della furia. Era incappucciato e aveva la faccia rivolta verso il vortice. Gentle si chiese se fosse quella creatura monacale la forza che egli aveva evocato: in caso contrario, com'era riuscita a sopravvivere, così prossima all'enigma di distruzione?

Gentle cominciò a urlare in direzione dell'uomo man mano che gli si avvicinava, per nulla certo di essere udito nel frastuono del vento e delle grida. Ma il monaco lo udì. Si voltò verso Gentle, il cappuccio che gli nascondeva per metà la faccia. Non c'era nulla di funesto nei suoi lineamenti pacati. Il volto aveva bisogno di una rasatura; il naso, che doveva essersi rotto in passato, aveva bisogno di una raddrizzata; gli occhi non avevano bisogno di nulla. Sembrava che l'avvicinarsi del Maestro esaurisse tutti i loro desideri. Un enorme sorriso illuminò il viso del monaco, che si alzò all'istante, chinando il capo.

"Maestro," disse. "Quale onore." Il tono di voce non era alto, ma pieno di commozione. "Non hai ancora visto il mystif?"

"Il mystif se n'è andato," disse Gentle. Capì che non c'era alcun bisogno di urlare. La sua voce, così come i suoi arti, avevano acquistato in quel luogo una forza inusuale.

"Sì, l'ho visto andarsene," rispose il monaco. "Ma è tornato, Maestro. Si è aperto un varco nell'Annullamento e subito dopo è scoppiato l'uragano."

"Dov'è? Dov'è?" chiese Gentle girando su se stesso. "Non lo vedo!" Guardò l'uomo con occhi accusatori. "Se fosse qui, mi avrebbe trovato," disse.

"Credimi, ci sta tentando," rispose l'uomo. Si tolse il cappuccio. I riccioli rossicci erano radi ma conservavano il fascino di quelli di un corista. "È vicinissimo, Maestro."

Adesso era lui a fissare la tempesta, non a destra o a sinistra però, ma verso l'alto, nell'aria labirintica. Gentle seguì il suo sguardo. Vide brandelli di tende sopra di loro, trasportati dal vento su e giù come enormi uccelli feriti. C'erano pezzi di mobili, scampoli di vestiti e frammenti di carne. E in mezzo a quei rifiuti una sagoma guizzante, più scura del cielo e dell'uragano, cominciò a scendere non appena incontrò il suo sguardo. Il monaco si avvicinò a Gentle.

"Ecco il mystif," disse. "Posso proteggerti, Maestro?"

"È mio amico," rispose Gentle. "Non ho bisogno di essere protetto."

"Io invece credo di sì," replicò l'altro, e sollevò le braccia sulla testa tendendo in fuori i palmi delle mani, come a scansare lo spirito che si stava avvicinando.

Alla vista di quel gesto, lo spirito rallentò dando a Gentle il tempo di esaminarne distintamente i tratti. Era davvero il mystif, o quello che ne restava. In qualche modo aveva infranto il muro dell'Annullamento. Ma fuggire non gli era stato di alcun conforto. L'uredo lo divorava più che mai, consumando quasi del tutto l'ombra di quel corpo che aveva attaccato e avvelenato; dalla bocca di quell'essere sofferente uscì un urlo che non avrebbe potuto essere più doloroso nemmeno se gli avessero strappato le budella.

Si era fermato completamente ora, sospeso sulle loro teste come un tuffatore che resti bloccato a mezz'aria, le braccia distese in avanti e la testa, o quanto ne rimaneva, piegata all'indietro.

"Pie," chiese Gentle, "sei stato tu a fare tutto questo?"

L'urlo continuò. Se c'erano parole in quel grido angosciato, Gentle non riuscì a coglierle.

"Devo parlargli," disse Gentle, rivolto al suo protettore. "Se sei tu la causa del suo dolore, per amor del cielo fermati."

"È uscito dal Margine urlando a questo modo," gli disse l'uomo.

"Lascia almeno cadere le braccia che hai alzato per difenderci da lui."

"Ci attaccherà."

"Correrò il rischio," replicò Gentle.

L'uomo lasciò cadere le mani che aveva alzato per scansare il mystif. La forma sospesa su di loro si contorse e si girò, ma non scese. Gentle capì che c'era un'altra forza che la possedeva. Si stava dimenando per riuscire a opporsi alla chiamata dall'Annullamento che lo richiamava al luogo da cui era fuggito.

"Pie, riesci a sentirmi?" gli chiese Gentle.

L'urlo continuò, senza accennare a diminuire.

"Se puoi parlare, fallo!"

"Sta già parlando," gli disse il monaco.

"Io sento solo urla," disse Gentle.

"Ascolta oltre le urla," fu la risposta. "Ci sono le parole."

Gocce di fluido cominciarono a cadere dalle ferite del mystif, man mano che aumentava l'intensità con cui cercava di resistere alla potenza dell'Annullamento. Le sue ferite stavano andando in cancrena e puzzavano; le gocce bruciarono la faccia di Gentle, ma attraverso le fitte che gli causarono lui riuscì a comprendere le parole racchiuse nelle grida di Pie.

"Finiti..." stava dicendo il mystif. "Siamo... finiti..."

"Perché l'hai fatto?" chiese Gentle.

"Non sono stato... io. Ha scatenato l'uragano per riportarmi indietro."

"Dal Primo Dominio?"

"Per Sua volontà," disse Pie. "La Sua... volontà..."

Anche se quella forma tormentata non aveva più quasi nulla della creatura che aveva amato e sposato, Gentle riusciva a cogliere in quelle risposte parvenze di Pie'oh'pah, e avrebbe voluto gridare pensando al dolore che doveva provare in quel momento. Il mystif si era recato nel Primo Dominio per smettere di soffrire e invece era lì e stava ancora soffrendo, e lui non poteva far niente per aiutarlo o per guarirlo. Tutto ciò che poteva fare per confortarlo era dirgli che lo capiva, e così fece. Il suo messaggio fu chiarissimo. Durante il loro doloroso commiato Pie poteva aver frainteso qualcosa. Ma ora non c'erano equivoci e glielo disse.

"So cosa devo fare," disse Gentle, rivolto al mystif. "Abbi fiducia in me, Pie. Ho capito. Sono il Riconciliatore. Non sfuggirò al mio dovere."

A queste parole il mystif si dimenò come un pesce all'amo, incapace oramai di resistere alla forza del pescatore che lo tirava nel Primo Dominio. Cominciò ad annaspare nell'aria quasi che, aggrappandosi a un suo atomo, potesse guadagnare un altro attimo da trascorrere in quel Dominio. Ma la forza con cui quel potere lo attanagliava era troppo soverchiante, e lo spirito fu risucchiato dall'Annullamento. D'istinto, Gentle si protese verso di lui, ignorando il grido allarmato dell'uomo al suo fianco. E mystif cercò di afferrargli la mano, stendendosi per farlo e intrecciando in modo quasi grottesco le sue dita con quelle di Gentle. A quel contatto, Gentle fu preso dalle convulsioni, e sarebbe caduto a terra se il suo protettore non lo avesse trattenuto. Era come se il midollo gli bruciasse nelle ossa: poi sentì un puzzo di marcio fuoriuscirgli dalla pelle, quasi che la morte lo stesse pervadendo. Era difficile, in quel tormento, restare aggrappato al mystif, ancor più alle parole che cercava di dirgli. Ma Gentle vinse il desiderio imperioso di lasciarlo andare e lottò, cercando di dare un senso alle poche sillabe che gli riuscì di carpire. Tre componevano il suo nome.

"Sartori..."

"Sono qui, Pie," disse Gentle, pensando che Pie potesse essere ormai cieco. "Sono sempre qui."

Ma il mystif non alludeva al Maestro.

"L'altro," disse. "L'altro..."

"Cosa c'entra lui?"

"Lui sa," mormorò Pie. "Trovalo, Gentle. Lui sa."

Pronunciato che fu quest'ordine, le loro dita si disgiunsero. Pie cercò di attaccarsi di nuovo a Gentle ma, una volta perso quel fragile legame, fu preda dell'Annullamento, e venne all'istante risucchiato dallo squarcio attraverso cui era apparso. Gentle tentò di avvicinarsi al mystif, ma le convulsioni gli avevano traumatizzato gli arti molto più seriamente di quanto pensasse, e le gambe gli cedettero. Cadde con un tonfo ma sollevò il capo in tempo per vedere il mystif scomparire nel vuoto. Sdraiato sul suolo duro, ricordò la prima volta che aveva cercato d'inseguire Pie attraverso le gelide strade deserte di Manhattan. Anche allora era caduto e aveva guardato verso l'alto solo per vedere l'enigma sparire, insoluto. Ma quella prima volta lui si era voltato, si era voltato e gli aveva parlato attraverso il fiume della Quinta Avenue, facendogli nascere la speranza, seppur fragile, di un altro incontro. Adesso era diverso. Era entrato nell'Annullamento come il fumo che penetra attraverso una porta spalancata dalla corrente, e il suo grido era cessato di colpo.